Antigone, Frederic Leighton, 1882. Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

È una mattina di tantissimi anni fa: l’alba colora il cielo di Tebe di un rosso impietoso, dalle tonalità fin troppo simili al sangue versato nella battaglia che vede contrapposti i figli/fratelli di Edipo, Eteocle e Polinice.

Essi hanno perso entrambi la vita nel segno dell’odio reciproco. Ma se hanno avuto un destino uguale, quello che li attende dopo la morte è molto diverso.

Eteocle, infatti, verrà seppellito con tutti gli onori; a Polinice, invece, verrà tributata la sorte dei nemici della patria, ovvero l’esposizione del suo cadavere alle intemperie e agli appetiti spietati di cani e uccelli.

Su questo crudo scenario si staglia il prologo dell’Antigone di Sofocle. La scena è costruita in maniera dialogica, con un effetto di maggiore naturalezza e vivacità del gioco scenico[1].

L’azione drammatica, dunque, si arricchisce di una più precisa caratterizzazione dei personaggi principali della tragedia, ovvero Antigone e Ismene: il contrasto polarizzante delle loro personalità permette di introdurre i temi fondamentali della vicenda.

L’unica scena è articolata in tre fasi. Il primo stadio inizia con il grido accorato con cui Antigone apostrofa la sorella. Sono parole affettuose e indicatrici del legame unico ed eccezionale che le unisce.  È un legame costruito sulla condivisione delle sventure che hanno segnato le loro vite fin dalla nascita.

Il dolore avvicina chi si ama perché l’amore, negli animi nobili, si rafforza attraverso lo scambio delle ferite[2]. La solidarietàreciproca in questo caso si traduce nel rendere gli onori funebri a Polinice sfidando il divieto severo contenuto nel bando emanato da Creonte. Si tratta di un dovere morale a cui non ci si può sottrarre, secondo quanto sentenzia Antigone.

Di fronte a un discorso così intriso di determinazione e di pietà verso i consanguinei, Ismene non può che essere frastornata.

La sua confusione si declina in una timida e insicura rinuncia, in uno scuotere il capo con una rassegnazione indotta dagli stessi motivi che spingevano Antigone, solo qualche verso prima, ad agire con coraggio.

Le sventure che da tempo opprimono la famiglia dei Labdacidi uniscono solo nella misura del dolore lancinante che contraddistingue l’esistenza delle ultime discendenti della stirpe[3]. Un dolore privo di ardire, un dolore che non conosce riscatto, un dolore che Antigone per sua natura non può comprendere e che genera, perciò, una frattura a dir poco insanabile fra le due.

La rottura fra le sorelle assume toni via via più tetri e freddi durante la terza fase del prologo. Ismene si sente incapace di ribellarsi alla legge di chi la comanda, pur provando rispetto e ammirazione per il nobile proposito di Antigone, Antigone che si dimostragranitica e inflessibile nelle sue idee.

Sembra quasi scorgere che cosa le riserverà il futuro, ovvero la morte. Ma perdere la vita non la spaventa, se questo avviene in maniera nobile. Accetta, dunque il suo destino a testa alta, con l’atteggiamento monolitico degli eroi omerici, ma tuttavia accompagnato da una pietà tutta femminile, vero motore dei suoi gesti gloriosi.

Il contrasto fra le due sorelle raggiunge il culmine al termine del prologo. Concluso il dialogo, infatti, Antigone si avvia verso la campagna, mentre Ismene rientra nella reggia.

La solidarietà familiare, così invocata nei primi versi, lascia il posto all’isolamento spirituale e titanico dell’eroina del dramma.

 

Alessandra Martinello

 

Bibliografia

Sofocle, Antigone, a cura di G. Gaspari, Milano 2006, pag.38.

 

[1]Sofocle, Antigone, a cura di G. Gaspari, Milano 2006, pag.38.

[2] Ibidem.

[3]Ibidem.

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