Corredo funebre dalla necropoli di Nocera Umbra. Museo nazionale dell’Alto Medioevo (MAME), Roma (foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Nel febbraio 1897 nei pressi del comune di Nocera Umbra a seguito di lavori agricoli, vennero alla luce diverse sepolture longobarde considerate per l’epoca una delle principali scoperte dell’archeologia altomedievale italiana. Il sito, già abitato in epoca antica, appare di straordinaria importanza poiché si trova lungo la Via Flaminia, fatta costruire tra il 220-219 a.C. per collegare Roma con la città di Ravenna. Le prime quindici tombe furono rinvenute in località Il Portone in seguito a lavori di scasso per le viti effettuate da contadini, nel podere dei signori Blasi, e svuotate in modo disordinato: sette presentavano un corredo maschile, mentre le restanti otto erano riferibili a donne. Fin da subito vennero effettuati diversi saggi di scavo in modo da permettere di definire la dimensione del sepolcreto, in vista di una vera e propria campagna di scavo. Gli scavi regolari vennero condotti a partire dal 15 Marzo 1898 sotto la direzione di Angiolo Pasqui[1]. La necropoli si presentò chiaramente suddivisa in quattro aree principali e distinte tra loro, riferibili a quattro gruppi familiari o fare, ed è  datata tra l’ultimo venticinquennio del VI secolo e la seconda metà del VII secolo[2]. Vennero riportate alla luce ben 169 tombe a fossa rettangolari orientate a est-ovest, i cui cadaveri, in origine deposti dentro bare in legno, giacevano supini con le mani posate sul ventre. Gli inumati erano accompagnati da numerosi oggetti da corredo, comprendenti  manufatti per l’abbigliamento come fibule e spilloni, ma anche vere e proprie offerte funebri, come armi (scramasax) per gli uomini o monili per le donne. Nel dettaglio le sepolture maschili possono essere suddivise in tre gruppi in base ai reperti rinvenuti. Il primo gruppo, considerato il più antico, è associato a guarnizioni di cintura con placche triangolari, punte di lancia del tipo di Nocera Umbra, umboni di scudo con la calotta schiacciata e placchette della tipica spatha. Nella seconda fase, riferibile al periodo tra il tardo VI secolo e gli inizi del 600, abbiamo, ad esempio, la presenza di umboni con calotta ampia e guarnizioni di cintura multiple. La terza fase infine, corrispondente al periodo più recente del sepolcreto, è rappresentata per la maggior parte da guarnizioni multiple con agemina a volute. Le tombe femminili invece si distinguono cronologicamente attraverso la presenza delle fibule dell’età dell’immigrazione nella prima fase, e di fibule di produzione italica nella seconda. Infine, le sepolture più povere sembrerebbero appartenere alla fase più recente della necropoli. In ogni modo, appare dall’analisi che l’attività di sepoltura iniziò in contemporanea in tutte e quattro le aree della necropoli[3]. Queste non furono le uniche tombe scoperte nel territorio. Nel 1953 nella piazza Medaglie d’Oro vennero infatti alla luce alcune sepolture, mentre nel 1975 in località Pettinara-Casale Lozzi, Ottone d’Assia riportò alla luce quarantuno tombe.

Un’altra importante scoperta per l’archeologia longobarda in Italia è stata la necropoli di Castel Trosino, un sito fortificato naturalmente lungo la Via Salaria. I primi ritrovamenti, quasi tutti numismatici, vennero effettuati tra il 1765 e il 1782 lungo il fosso Grande che costeggia il terreno denominato Campo. Nel 1872, durante dei lavori agricoli, venne rinvenuta nelle vigne del signor Rosa in contrada Pedata la tomba di un cavaliere con un ricco corredo[4].  Della sensazionale scoperta ne diede notizia Giulio Gabrielli in un articolo apparso su un giornale locale, l’Eco del Tronto, nel quale venivano descritti i reperti più prestigiosi della sepoltura, come le guarnizioni in oro della sella. In ogni modo, il corredo si disperse tra il Museo di St. Germain en Laye e il Metropolitan Museum di New York [5]. Nell’aprile del 1893 nella contrada Santo Stefano il parroco del paese, don Emidio Amado, riportò alla luce ben cinquanta tombe e successivamente il governo intraprese ufficialmente gli scavi, affidandoli a Raniero Mengarelli sotto la direzione del soprintendente Edoardo Brizio. Le sepolture scavate furono 190 e solamente di 21 delle 50 ritrovare precedentemente fu possibile ricostruire il corredo per intero. Le fosse tombali erano disposte seguendo la direzione est-ovest, ed erano in genere costituite da pareti naturali e in alcuni casi rivestite da lastre di scisto. Gli inumati si presentavano distesi supini e le tombe maschili erano accompagnati da un pettine d’osso o d’avorio, un umbone che faceva parte di uno scudo e sul fianco destro una scramasax. Le sepolture femminili invece erano provviste di orecchini e aghi crinali in oro. Mengarelli inoltre identificò e scavò nuovamente la tomba scoperta nel 1872, caratterizzata da un rivestimento di lastre di scisto, ed accertò che doveva trattarsi di un caso isolato. Nel 1896, più ad occidente dell’area precedentemente indagata, in contrada Fonte, vennero scavate altre 16 sepolture, che non riportarono nessun corredo. Separata da quest’ultima contrada dalla via Salaria, in contrada Campo vennero individuate solamente tre sepolture della stessa tipologia di quelle rinvenute in precedenza, quasi prive di corredo ad eccezione di alcune riferite a donne,  contenenti gioielli[6]. L’intera necropoli sembrerebbe coprire un arco cronologico di ottant’anni, nel quale le tombe più antiche si collocano nell’ultimo venticinquennio del VI secolo, mentre quelle più recenti tra il 630 e il 660. Nell’interpretazione tradizionale, in base all’analisi dei corredi e alla sequenza relativa, le numerose sepolture possono essere suddivise in diversi gruppi. Quello più recente si dispone intorno ai resti di un edificio di culto datato alla metà del VII secolo, che si impone sulle sepolture preesistenti e che al suo interno dispone della tomba della sua fondatrice, forse una donna. Secondo una recente interpretazione di Lidia Parioli sullo sviluppo dell’intera necropoli di Castel Trosino, essa non deve essere considerata come un’unica necropoli longobarda, ma bensì come un cimitero misto, che tra la fine del VI e l’VIII secolo è costituito da una maggioranza di individui Romani ed alcuni di origine germanica[7].

 

Gabriele Spitaleri

 

[1]R. Pasqui, R. Paribeni, Necropoli barbarica di Nocera Umbra, in «Monumenti Antichi della

Reale Accademia dei Lincei», XXV, Roma 1918, coll. 137-352, p. 139-142.

[2] S. Gelichi, Introduzione all’archeologia medievale. Storia e ricerca in Italia. Roma 1997, p. 39.

[3] C. Rupp, La necropoli longobarda di Nocera Umbra: una sintesi, in L. Paroli (ed.), L’Italia

centro-settentrionale in età longobardaAtti del Convegno (Ascoli Piceno, 6-7 ottobre 1995),

Firenze 1997, pp. 167-83.

[4] R. Mengarelli, La necropoli barbarica di Castel Trosino, in «Monumenti antichi Lincei», XII,

Milano 1902, coll. 145-280, p. 149-151.

[5] L. Parioli, M. Ricci, La necropoli altomedievale di Castel Trosino. Catalogo, Firenze 2005, p. 7.

[6] R. Mengarelli, La necropoli barbarica di Castel Trosino, in «Monumenti antichi Lincei», XII, Milano 1902, coll. 145-280, pp. 157-160.

[7] A. Augenti, Archeologia dell’Italia Medievale, Bari 2016, pp. 221-222; p. 204.

 

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