Piscina romana di Siracusa – dal Grand Tour di Jean-Pierre Houël.

 

Situata in una delle alture di antica emissione vulcanica che si estende lungo la piana di Catania a Nord di Scordia, imminente sopra la piana del Gornalunga in vista del Biviere e dell’antica Leontinoi, tale montagnola è nota ai più come “Colle San Basilio” o secondo la cultura locale “Casale di San Basilio”; così il grande archeologo roveretano Paolo Orsi ne dava testimonianza nei suoi taccuini[1]: “La forma del colle visto da Sud-Est è quella di un trapezio, mentre in planimetria è una cornucopia colla bocca a Sud, la punta a Nord-Est. La formazione geologica è interessante; il colle è formato per metà da un sollevamento calcare interposto fra due masse basaltiche. I suoi fianchi sono quindi scoscesi, quasi inaccessibili per enormi scarpate, coronate da piccole serie frastagliate. Vi si ascende meno a disagio da Sud-Est e Sud-Ovest per due viottoli che salgono per uno sperone proteso; da tutti gli altri lati, specialmente da Nord e Nord-Ovest è assai faticosamente accessibile, impossibile poi di forza o di inganno.”  Lungo il fondovalle la presenza di una piccola sorgente naturale è stata potenziata in epoca greca, attraverso la creazione di un profondo canale di captazione tale da garantire una costante e duratura riserva idrica tutto l’anno.

L’intervento antropico dell’uomo è stato possibile solo in quei livelli dove lo strato di calcare presentava una consistenza relativamente friabile, sufficiente da permetterne, con gli strumenti allora disponibili, una facile escavazione di ogni sorta di cavità rupestre; testimonianze se ne hanno a partire dal tardo neolitico[2] (cultura di Serra d’Alto), età del rame[3] (Serraferlicchio e Malpasso) sino alla media-fine età del bronzo antico[4] (Castelluccio, Thapsos e Pantalica), con la presenza nel piano sommitale dei pochi resti del villaggio e delle celle funerarie nelle pareti limitrofe. Le capanne del villaggio sono identificabile dalla presenza delle numerose cavità, adatte per reggere i pali di sostegno della travatura in legno della copertura, presentano una pianta curvilinea e tutt’intorno si riscontrano, fossette, canalette ed incavi vari. Successivi interventi monumentali sono ascrivibili all’epoca greca, essenziali per darne un’immagine esaustiva dell’importanza strategica lungo il suddetto acrocoro, di un sito di fondamentale rilevanza archeologica, e in cui molti studiosi lo identificano con una località citata da Tucidide[5], la cui collocazione geografica, viene posta topograficamente tra le antiche città di Leontinoi e Palikè, chiamata Brikinnia. Risalta il fatto che Tucidide non la definisce mai città, ma usa il termine fortezza, dov’è quindi accentuata la sua natura di postazione militare, legata a Leontinoi con funzione di controllo sul territorio.

Attraverso un’indagine accurata delle fonti letterarie, si perviene che il sito venne citato per la prima volta nella seconda edizione delle Decadi del Fazello[6] (1749) con il nome di “Scordiae oppidum”, riapparso poco tempo dopo attraverso una lunga descrizione nel Dizionario Topografico di Vito Amico[7], il quale, oltre a varie strutture rupestri e ai pochi resti della fortificazione muraria, ricorda con il termine di “basilica” un grande ambiente ipogeico (18*16 metri) scavato nella roccia del pianoro sulla sommità del colle, con volta piana a larghi lastroni sorretti da sei filari per complessivi 30 pilastri anch’essi intagliati nella roccia. Questa particolare struttura aveva indotto grande ammirazione e interesse nei primi visitatori del Gran Tour, di fatti risulta menzionata nell’opera di Ignazio Paternò Castello principe di Biscari[8], che lo identificava come “una conserva d’acqua”. Della medesima idea ne era convinto Jean Houel[9] il quale nel suo Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et de Lipart (1785), così né da testimonianza: “Questi resti rappresentano un bellissimo edificio di cui tutto ignoto, persino il nome. L’edificio delle strutture che lo circondano non potevano essere che la residenza di signori nobili e benestanti. Non ho potuto rappresentare questo luogo sotterraneo – una specie di scantinato – se non mostrando nello spaccato. La sua pianta è quadrata. Guardate A nella parte in basso della stampa. Vi si discende da una scala B, che si scorge nell’angolo a destra, attraverso i pilastri conclusi da elementi lapidei che sostengono grandi pietre. Queste, imitando le travi, sorreggono delle piccole pietre che si alternano ad esse. Molte lastre mancano, e io raffiguro l’insieme nello stato di degrado in cui è pervenuto. C’è una grande porta, un ridotto in cui si vedono ancora delle pitture: vi si celebrava la messa nel periodo in cui i devoti di San Basilio occupavano questo luogo. Ho inserito nella stampa la pianta dell’edificio con il proposito di dare un’idea esatta della sua forma e dei suoi dettagli: D è il posto in cui si celebrava la messa. Si vede chiaramente un sarcofago nel luogo contrassegnato con E, la cui entrata è ricurva. Credo tuttavia che i sarcofagi scavati nella pietra siano posteriori al tempo in cui l’edificio fungeva da serbatoio, e che siano stati realizzati dopo la trasformazione in chiesa. Sono convinto che l’edificio fosse in origine una magnifica cisterna; ma ciò non deve stupire: gli antichi amavano dare a tutto ciò che creavano delle belle forme e sapevano abbinare la solidità al buon gusto. Alla base di questa montagna si ritrovano ancora delle vaste grotte, di cui una parte è adibita a sepolcri. Ciò prova che questo era il sito di una città. Lo testimoniano le dimore appena descritte che, presenti sulla cima della montagna, ne costituivano la parte principale”.

La sua particolare struttura architettonica risulta del tutto similare all’ipogeo di San Niccolò dei Cordari, più comunemente conosciuto come Piscina Romana[10] situato nella zona del parco archeologico di Siracusa. Anch’esso presenta una pianta rettangolare (20*7 metri) in cui l’ambiente è suddiviso in tre navate da una doppia fila di pilastri su cui poggiano degli architravi a piattaforma sormontati da una volta a botte. Come per l’edificio di San Basilio anche la Piscina Romana deve il suo nome dalla funzione cui l’ambiente era destinato, molto probabilmente fungeva da serbatoio d’acqua usata durante le naumachie che si svolgevano all’interno dell’Anfiteatro; tale funzione non solo è testimoniata dalla presenza di una condotta lunga oltre 1 Km, ma anche per la presenza di due aperture una delle quali connessa con un acquedotto retrostante che confluiva nell’Anfiteatro. Inoltre elemento essenziale è la presenza di malta idraulica fondamentale per impermeabilizzare le pareti di confine della struttura che riceveva l’acqua, anche se recenti studi ipotizzano un suo possibile utilizzo come horrea[11] piuttosto che come serbatoio idrico. La differenza sostanziale tra i due edifici è che a differenza di quello siracusano, quello di San Basilio non presenta nessuna traccia di intonaco idraulico tenendo conto che le pareti sono composte di calcarenite, una roccia molto porosa, e in nessun periodo dell’anno è stata rinvenuta la presenza di acqua stagnante. Risulta più accettabile l’idea di un suo possibile uso come granaio (horrea).

Di fatti si devono all’instancabile attività d’indagini condotte da Paolo Orsi[12] in Sicilia i primi studi sistematici sull’area presa in analisi ed in particolare sulla possibile funzione della struttura ipogeica. Arrivò a concludere per l’edificio un ipotetico uso come cisterna idrica, sfruttata dalla guarnigione militare presente nell’area fortificata. In seguito la struttura venne riadattata in epoca bizantina a luogo di culto, di cui fanno testimonianza la presenza di scarne tracce di affreschi visibili in alcune colonne, seppur di difficile lettura. Inoltre in tutta l’area sono visibili diverse strutture ipogeiche di difficile interpretazione (le numerose presenze di queste escavazioni fanno ipotizzare una loro possibile funzione ad herooa[13], ossia monumenti commemorativi dedicati agli eroi) e un piccolo tempio di Demetra e Kore[14]. Dopo Paolo Orsi il sito non è stato oggetto d’interesse per successive indagini archeologiche, fino agli inizi del 1980 quando vennero avviate una serie di ricognizioni/scavi sistematici sotto la responsabilità di Sebastiana Lagona[15], docente di ruolo in archeologia classica dell’Università di Catania. Attualmente l’area archeologica versa in un pietoso stato di abbandono e degrado in conseguenza del fatto, che buona parte del sito si trova all’interno di una proprietà privata; di fatti concausa l’ignoranza e la diffidenza locale, il sito non è fornito di semplici cartelloni turistici che ne diano notizia. Oltretutto non sussiste nessuna forma di protezione e/o valorizzazione del sito, men che meno degli essenziali interventi di messa in sicurezza, ed esso appare ormai avvolto da una fitta vegetazione che ne impedisce una sicura fruizione, mentre buona parte delle travi litiche versano in condizioni precarie a rischio crollo. Ancora più desolante è constatare la presenza sistematica di scavi clandestini identificabili in tutta l’area del monte.

 

Stefano Agnello

 

[1] P. ORSI, Scordia, “Notizie Scavi”, 1899, pp. 276-277.

[2] ARCIDIACONO-BALDINI-LONGO-RECAMI, Nuove notizie sulla preistoria, cit., pp. 178-179 e 184.

[3] S. TUSA, La Sicilia nella preistoria, cit., p. 216.

[4] ARCIDIACONO-BALDINI-LONGO-RECAMI, Notiziario. Sicilia orientale, cit., p. 319; VALENTI, Lestrigonia, cit., pp. 25-26; F. VALENTI, Insediamenti della prima età del bronzo nel territorio dell’antica Leontini, “Aitna”, 1, 1994, p. 7.

[5] TUCIDIDE, La Guerra del Peloponneso, II, Milano 1976, p. 11. Sulle varie identificazioni del sito v. LAGONA, Nuove indagini, cit., p. 134; PULVIRENTI, Ricognizioni archeologiche nel territorio di Lentini, cit., pp. 24-25n.

[6] Le due deche/dell’Historia di Sicilia, /del R.P.M. Tommaso Fazello, /Siciliano, dell’Ordine dei Predicatori. /Divise in venti libri. /Tradotte dal Latino in lingua Toscana dal P./M. Remigio fiorentino, del medesimo ordine. /Con privilegio. In Venetia, appresso Domenico, & Gio. Battista Guerra, fratelli, MDLXXIII (1573).

[7] V. AMICO, Dizionario topografico della Sicilia, Tip. Pietro Morvillo, 1855, p. 131.

[8] I. PATERNÒ CASTELLO, Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, Palermo 1817 (r.a. Siracusa-Palermo 1990), pp. 77-79; I. V. PATERNÒ CASTELLO, Relazione delle antichità del Regno di Sicilia esistenti nelle due Valli di Demona e di Noto scritta per sovrano real comando, in G. PAGNANO, Le antichità del Regno di Sicilia. I plani di Biscari e Torremuzza per la Regia Custodia 1779, Siracusa-Palermo 2001, pp. 116-118.

[9] J. HOUEL, Viaggio in Sicilia e a Malta (1782), a cura di G. MACCHIA, L. SCIASCIA, G. VALLET, Palermo- Napoli 1977, p. 108; sui disegni dell’Houel v. La Sicilia di Jean Houel all’Ermitage, Palermo 1989, dis. 217 e schede 217 e 218.

[10] Cfr. www.antoniorandazzo.it/monumenti%20romani/piscina-romana.html.

[11] Elio De Magistris, L’ipogeo di San Niccolò dei Cordari a Siracusa: fasi costruttive e funzione., Rivista di Topografia Antica, XXIV, 2014.

[12] P. ORSI, Miscellanea sicula. VI. Reliquie Sicule a Monte S. Basile (Siracusa), “Bullettino di Paletnologia Italiana” (da ora BPI), 48, 1928, pp. 79-82.

[13] Martin Persson Nilsson, Cult, Myths, Oracles and Politics in Ancient Greece, 1951.

[14] LAGONA, I resti di un centro antico a Monte San Basilio,cit. p. 17.

[15] S. LAGONA, Nuove indagini a Monte San Basilio, “Architettura nella Sicilia greca arcaica”, Catania-Siracusa 1980, pp. 131-134; Idem, Un fortilizio greco a monte S. Basilio, presso Scordia, “Kokalos”, 1984-85, pp. 805-808; Idem, La “città” della Sicilia, “La Sicilia” 18 aprile 1984; Idem, Sicilia archeologica, “Sicilia archeologica. Recenti acquisizioni e scoperte archeologiche”, Catania 1986, pp. 10-12; Idem, I resti di un centro antico a Monte San Basilio, nei “Campi Leontini”, “Agorà”, 5, aprile-giugno 2001, pp. 15-17. Inoltre si vedano PULVIRENTI, Ricognizioni archeologiche nel territorio di Lentini, cit., pp. 22-29. A. LICCIARDELLO, I tesori di Monte S. Basilio, “Agorà”, 10, luglio-settembre 2002, pp. 76-77. Per una bibliografia aggiornata v. A. CORRETTI, Monte San Basilio. Fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche, “Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca in Italia e nelle Isole Tirreniche”, X, Pisa-Roma, 1992, p. 478; S. LAGONA, Monte San Basilio. Storia della ricerca archeologica, “Bibliografia Topografica della Colonizzazione Greca”, cit., pp. 478-483.

 

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