Stele dedicata da un sacerdote di Giove Dolicheno raffigurante il Dio-Sole (Museo Nazionale romano, sede Terme di Diocleziano). (Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Ancora oggi, presso alcune Chiese Ortodosse, l’Imperatore Costantino, il campione della Cristianità, primo principe romano a convertirsi alla novella del Redentore, è venerato come santo; alla sua azione politica è in larga parte attribuito non solo il riconoscimento giuridico dei cristiani, ma anche il loro incontrastato successo nei secoli successivi.

Eppure l’Augusto “simile agli Apostoli” aveva inaugurato il suo regno sotto ben altri auspici; come molti dei sovrani precedenti infatti, Costantino era devoto al Dio-Sole, omaggiato nel ruolo di compagno dell’Imperatore. Sembrerebbe anzi che proprio sotto il principato costantiniano il Sole abbia raggiunto il suo Zenit, come dimostra un’emissione numismatica antecedente al 311, in cui l’Imperatore ed il dio procedono fianco a fianco, incorniciati dall’iscrizione Comes Constantini Augusti; nel 310 il Principe era inoltre stato artefice della dedica di ricchi doni votivi in Gallia, presso un tempio di Apollo, divinità in cui Costantino avrà sincreticamente ravvisato il principio di divinità solare identificato con il Sol Invictus,  compagno dell’Augusto e Signore del Cosmo.

La trionfante vittoria su Massenzio di due anni dopo avrebbe tuttavia inaugurato un nuovo corso; la conquista di Roma nel nome della Croce cristiana, ed il successivo e celebre editto di tolleranza emanato congiuntamente al collega Licinio, avrebbero infatti costituito il punto di inizio della progressiva scalata verticistica del Cristianesimo.

Quello che l’Imperatore vide nella dottrina cristiana non deve essere stato poi così dissimile da ciò che quarant’anni prima Aureliano (al momento di intraprendere la sua riforma religiosa volta a posizionare il dio solare in posizione prominente all’interno del pantheon romano) aveva scorto nel culto solare; esattamente come per il suo conterraneo illirico infatti, anche per Costantino la massima aspirazione politico-cultuale doveva risiedere nell’unificazione del pensiero religioso dei sui sudditi, così da poter governare su di un impero più forte e compatto; ad un certo punto della propria carriera dunque, l’Augusto deve essersi convinto che l’ “universalità” consentitagli dal patronato del culto del Sol Invictus non fosse sufficiente, e che solamente la parola del Salvatore sarebbe stata in grado di fondere permanentemente le innumerevoli tendenze filosofico – religiose in un’unica fede.

Come abbiamo già osservato, le radici dei tali convinzioni dovevano risalire al periodo delle grandi persecuzioni, quando Costantino poté essere testimone oculare di una dimostrazione di forza e fermezza, da parte del Cristianesimo, inconcepibile da parte del culto del Dio-Sole; furono proprio le innumerevoli vicende di martiri giustiziati durante le purghe volute da uno dei predecessori di Costantino, Diocleziano,  a convincere il Monarca della necessità di sostituire il suo vecchio protettore con il Cristo: né il Sole, né tantomeno qualunque altra divinità greco-romana potevano infatti contare su un “esercito” di zeloti di tale calibro.

Nondimeno tuttavia l’Imperatore cessò istantaneamente il rapporto con il proprio comes: monete recanti iscrizioni come Soli Invicto Comiti Domini continuarono infatti ad essere battute almeno fino al 317; il Sole era dunque ancora pienamente identificato con la figura imperiale, e godeva pertanto del supporto dello Stato.

Molto si è scritto per tentare di spiegare la perdurante devozione di Costantino al Sol Invictus dopo la conversione. Ad essere sottolineati sono stati principalmente gli aspetti di convenienza di una simile prassi: è difatti senz’altro indubbio che un culto ormai tanto prestigioso come quello del Sole non potesse essere abbandonato bruscamente senza recare oltraggio alla società civile tutta.

Nel corso della sua politica filo-cristiania difatti, Costantino evitò accuratamente i traumi violenti, propendendo per una lenta evoluzione guidata. Inoltre, la religione solare doveva certamente ammantare l’Augusto di un’aura di legittimità, ricollegandolo idealmente agli imperatori illirici del secolo precedente.

Sarebbe tuttavia un errore escludere dall’equazione il profondo sentimento religioso che deve aver legato Costantino al suo dio patrono in gioventù; la mentalità classica romana, imbevuta di Neoplatonismo e tendenze sincretiche, non doveva affrontare le stesse difficoltà del pensiero cristiano nel concepire l’esistenza simultanea di più divinità contrastanti. Per Costantino dunque, nato e cresciuto in ambienti politeistici, la contemporanea divinità del Sole e di Cristo potrebbe non aver rappresentato, almeno inizialmente, un dilemma teologico insormontabile.

Ad ogni modo, la devozione solare rimaneva un riflesso della politica conciliante di Costantino durante i suoi primi quindici anni di regno; l’Imperatore continuava infatti a portare il titolo di Pontifex Maximus, rimanendo pertanto, capo supremo della religione tradizionale romana.  Il Principe poté conseguentemente essere rappresentato dai panegiristi pagani ancora come un restauratore del mos maiorum, come ad esempio, sull’epigrafe dell’arco di Costantino, dove la vittoria su Massenzio è attribuita “instinctu divinitas”, per istigazione divina; tuttavia, l’ambiguità della dedica non manca di ricordare come oramai non ci si potesse più rivolgere all’Imperatore con smaccati riferimenti al Politeismo romano; complice il diffuso clima neoplatonico, i pagani di Roma si lanciarono così nella celebrazione del Sovrano in nome di un vaga divinità sincretica, che ben si prestava ad essere interpretata tanto con il Sole che con il Dio cristiano (Incerti Paneg. Constantini Aug. d. 26, 1-2).

Inoltre, nel decennio successivo alla battaglia di Ponte Milvio, Costantino sembrò sempre di più accentuare una politica volta a svuotare l’allegoria solare del suo carattere divino, rendendola un mero simbolo di autorità.

Già durante il principato di Diocleziano, l’effige del Sol Invictus era solita essere accompagnata sulle monete dall’iscrizione Claritas Reipublicae; Costantino riprese questa dicitura a partire dal 317, emettendo una nuova serie monetale. Tale dicitura, applicata congiuntamente all’immagine del Sole, continuerà inoltre  ad essere in uso anche posteriormente alla morte di Costantino, in periodi in cui  ormai la propaganda ufficiale era per lo più estranea a stilemi pagani.  A partire dalla morte di Costantino poi, le titolature monetali del Sol Invictus cessarono definitivamente di essere rappresentate, per lasciare il posto a vaghi concetti astratti come Providentia Augusti, Securitas, Spes e appunto, Claritas. Il distanziarsi dalla concezione divina dell’astro diurno risulta infine evidente anche nella modifica della titolatura imperiale apportata da Costantino, il quale decretò per se stesso la sostituzione dell’epiteto solare Invictus con il più universale Victor.

Il Sole sembrerebbe dunque non essere più stato inteso come una divinità, ma come la semplice rappresentazione simbolica della gloria dello Stato; tramite una campagna propagandistica durata dieci anni, Costantino si pose l’obiettivo di neutralizzare il potenziale del dio solare, tramutandolo in mero riflesso della retorica statale.

Il successo di tale tentativo di declassazione del Sole fu totale sul lungo periodo, ed è dimostrato dall’abbondante poesia di Corte dell’epoca; così, Optatianus Porphyrius, panegirista cristiano, poté tranquillamente mettere in relazione il suo padrone con il nume celeste: accipe picta novis elegis, lux aurea mundi (Carmina 8,1); Sol tibi felicies faciet spes perpete nutu (Carmina 18, 25); Luce tua signes fastos sine limite consul (Carmina 19,2).

Ormai il Sole non sarebbe più dunque apparso quale portatore di una carica religiosa autonoma, ma poteva bensì con ogni tranquillità essere utilizzato quale innocuo simbolo con cui soddisfare la vanteria di un potere dichiaratamente cristiano.

 

Nicola Luciani

 

 

Bibliografia

 

Alföldi A., The conversion of Constantine and pagan Rome Andrew Alföldi; Oxford ; Clarendon Press, 1948

Cameron A., The last pagans of Rome, in W. V. Harris, The transformations of Urbs Roma in Late Antiquity, Portsmouth 1999

 Halsberghe G. H., The cult of Sol invictus; Leiden; E. J. Brill, 1972

Hijmans S., Sol: the sun in the art and religions of Rome; University of Groningen, 2009

 

Il Gruppo Storiavera non vuole in alcun modo violare la proprietà intelletuale di altri enti o il copyright. Qualora i contenuti di questo sito violassero questi diritti, il Gruppo lo ha fatto in modo inconsapevole. Per chiarimenti ed eventuali rimozioni del contenuto, si prega gli interessati di contattare il Gruppo all’indirizzo e-mail: gruppostoriavera@gmail.com

The Gruppo Storiavera doesn’t in any way violate the intellectual property of other entities or copyright. If the contents of this site violate these rights, the Group did so unconsciously. For clarifications and possible removal of the content, please contact the Group at the e-mail address: gruppostoriavera@gmail.com

You may also like

Regio VII Etruria Stato e Sviluppo delle terre degli Etruschi in Età Romana (Parte III: Demografia e Urbanizzazione)
Regio VII Etruria Stato e Sviluppo delle terre degli Etruschi in Età Romana (Parte II: Divisione Amministrativa e Sistema Viario)
La datazione delle tragedie euripidee: quando il greco si tinge di giallo

Gabriele Spitaleri

Lascia un commento