Lucio Sergio Catilina viene accusato durante una riunione del senato, Cesare Maccari, 1880. Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

Ora di pranzo, una famiglia qualsiasi, in una casa qualsiasi nell’Italia di fine 2020: sicuramente ci sarà il televisore acceso e tutti i componenti di questa famiglia qualsiasi staranno ascoltando con attenzione mista a preoccupazione un cronista snocciolare gli ultimi dati sulla pandemia in corso. Informarsi in maniera corretta viene ritenuto fondamentale al giorno d’oggi.

E nell’antichità? Viene spontaneo chiedersi come circolassero le notizie nell’antica Roma e quali fossero gli antenati dei giornali. L’opera di Tacito soddisfa questa curiosità. Tra le fonti utilizzate dallo storico per la stesura degli Annales figurano anche due tipi di pubblicazioni periodiche: gli acta senatus e gli acta diurna populi Romani. Entrambe furono istituite da Cesare. Vediamo in che cosa differivano gli uni dagli altri[1].

Gli acta senatus sembrano anticipare la Gazzetta Ufficiale, soprattutto nel contenuto: vi si trovavano, infatti, i verbali delle riunioni del senato, le deliberazioni (i cosiddetti senatus consulta) e, in epoca più tarda, i discorsi degli imperatori e la corrispondenza di stato con le nazioni straniere. Essi circolavano anche al di fuori dell’Urbe. Era possibile trovarli in luoghi frequentati, posizionati in maniera tale da poter esser letti con facilità. In seguito erano depositati nell’archivio dell’Aerarium, presso il tempio di Saturno in Foro[2].

Gli acta diurna populi Romani, invece, assomigliavano di più ai moderni giornali. Vi trovavano spazio notizie di cronaca politica, giudiziaria e cittadina in genere. Qualche esempio? Nascite, decessi nella famiglia imperiale e fra gli aurighi del circo, una sorta di vip della latinità. Ancora: matrimoni e divorzi sempre all’interno del bel mondo, inaugurazioni o restauri di edifici pubblici, incidenti spettacolari[3].

Non mancavano neppure prodigi e curiosità, raccontati con un sensazionalismo al limite della credibilità[4]. Plinio il Vecchio[5] asserisce di aver letto proprio in questi acta di una misteriosa pioggia di mattoni e persino della cattura di un esemplare della leggendaria araba fenice. Nientemeno!!

Da qui si comprende lo scetticismo (che sconfina talora nel disprezzo) di Tacito nei confronti di questi rotocalchi ante litteram, dove i fatti politicamente rilevanti erano mescolati alle frivolezze o, come diremmo oggi, alle fake news.

 

Alessandra Martinello

 

[1]Bettini M., Limina, IV, Milano 2005, pag. 261

[2]Ibidem

[3]Ibidem

[4]Ibidem

[5]Plin., Nat. Hist., X, 1-14

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