Un magister romano con tre allievi. Bassorilievo rinvenuto a Neumagen-Dhron, presso Treviri. (foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Mancano ormai pochi giorni all’inizio delle scuole: studenti e insegnanti attendono con un misto di curiosità e di timore lo scoccare della campanella che per quasi un anno li impegnerà in compiti e lezioni.

Ma come funzionava l’istruzione al tempo dei Romani?  La forma più antica di educazione avveniva in famiglia. Questa prassi non scomparve mai del tutto, specialmente fra gli aristocratici, che vedevano negli insegnamenti del pater familias una trasmissione dei valori tradizionali romani[1].

Tuttavia, non fu sempre il capostipite della gens a vestire i panni del maestro. Talvolta, infatti, questo compito fu delegato a schiavi istruiti o a istitutori privati[2].

Molti e complessi i motivi alla base di questa scelta. Primo fra tutti la conquista di territori di lingua greca: l’Ellade mise a disposizione dei nobili intellettuali perfetti per impartire un’educazione talvolta in stridente contrasto con i valori del mos maiorum.

Di ispirazione ellenica anche le prime scuole, che furono fondate intorno al terzo secolo a.C., in un’epoca in cui l’Ellenismo affascinava anche l’aristocrazia romana[3]. Tuttavia, per lungo tempo a Roma mancò qualsiasi coordinamento da parte dello Stato dell’istruzione. Di fatto, essa restava una questione puramente privata, una sorta di accordo tra famiglia ed insegnante[4].

I primi finanziamenti statali avvennero contestualmente al programma culturale promosso da Vespasiano (69-79 d.C)[5].

Il curriculum educativo romano prevedeva tre livelli di istruzione.

Il primo era detto ludus letterarius (“scuola dell’alfabeto”). Gli allievi liberi fra i sette e gli undici anni che lo frequentavano imparavano a leggere, scrivere e calcolare.

Il secondo, la scuola del grammaticus, era riservato a un gruppo ristretto di allievi di età compresa fra i sedici e i diciassette anni. Vi si studiavano i testi della letteratura latina e greca, in particolare quelli poetici. I versi di Omero ed Ennio trasmettevano ai giovani lettori le regole ortografiche e grammaticali delle due lingue. Gli insegnamenti del grammaticus erano, dunque, di impronta linguistico-letteraria: la trattazione delle materie scientifiche avveniva a parte, in genere da insegnanti greci, che venivano retribuiti separatamente.

L’ultimo livello era finalizzato all’acquisizione della capacità di parlare in pubblico. La retorica era appannaggio di quanti volevano dedicarsi alla carriera politica e all’attività forense. I programmi variavano a seconda degli interessi e degli orientamenti dei maestri, detti rhetores, ma in genere riguardavano i prosatori e gli uomini politici del passato. Dopo aver analizzato i loro discorsi dal punto di vista stilistico e comunicativo, gli allievi si cimentavano in vere e proprie performances fittizie su temi proposti dall’insegnante.

 

Alessandra Martinello

 

[1] Bettini M., Limina, IV, Milano 2005, pag.186.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Bettini M., Limina, IV, Milano 2005, pag.187.

[5] Ibidem.

 

Bibliografia

Bettini M., Limina, La Nuova Italia, Milano 2005, pp. 186-187.

 

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