Mosaico romano raffigurante maschere teatrali tragiche e comiche risalente al II secolo d.C., rinvenuto presso le Terme di Decio a Roma. (Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Ma dove venivano rappresentate esattamente opere come il Curculio o l’Aulularia? I primi teatri che furono innalzati erano costruzioni lignee temporanee, smantellate in un batter d’occhio al termine degli spettacoli.

Soltanto nel 155 a.C. i censori Valerio Messalla e Cassio Longinio consentirono la progettazione di una struttura permanente, ma già Scipione Nasica ne pose il veto in quanto l’edificio in questione era inutile e destinato a corrompere i valori degli antenati. Perciò fu raso al suolo.

Ma la storia del teatro latino non termina ovviamente con queste macerie, come ci ricordano alcuni autori successivi, primo fra tutti Cicerone. Nel De haruspicis responsis [1] l’Arpinate si sofferma sui disordini avvenuti durante le feste teatrali organizzate in onore della Magna Mater. Dal racconto si deduce che davanti al tempio della dea c’era un’ampia scalinata in grado di ospitare fino a 1300 spettatori.  Di fronte a queste gradinate si poteva scorgere un’angusta piazza trapezoidale, su cui trovava spazio un palco in legno mobile per gli attori.

Per il primo teatro in pietra bisogna aspettare fino al 55 a.C., quando Pompeo, al ritorno dalla guerra contro Mitridate, fece erigere una struttura che conteneva fino a quarantamila persone. Attualmente rimangono solo pochi resti nelle scuderie di un palazzo a Campo dei Fiori.

Nel periodo tardorepubblicano, dunque, sembrò attenuarsi lo snobismo ostile che fino ad allora animava la classe politica romana nei confronti del teatro. Si comprese, infatti, che le commedie rappresentavano un’opportunità imperdibile per chiedere e ottenere consensi. Con qualsiasi mezzo: anche la censura. Non erano rari, infatti, gli interventi degli edili in tal senso.

 

Alessandra Martinello

 

[1] Cic. Har., 24.

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