Particolare del Tempio di Apollo nel santuario di Delfi. (foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Le olimpiadi che tutt’oggi celebriamo, hanno origine nell’Antica Grecia, e per la precisione prendono il nome dalla città di Olimpia, nella quale si celebrava uno dei quattro eventi che costituivano i cosiddetti giochi panellenici. Presso i santuari panellenici infatti, che avevano un’importanza internazionale in quanto attiravano i greci delle diverse città-stato, si svolgevano competizioni atletiche e musicali. I giochi più importanti in età arcaica erano quattro: i giochi olimpici appunto, presso il santuario di Zeus a Olimpia, i giochi pitici presso Delfi dedicati ad Apollo, i giochi nemei sempre dedicati a Zeus a Nemea e i giochi istmici, presso l’istmo di Corinto dedicati a Poseidone.

L’origine dei giochi olimpici è avvolta nel mito, secondo il quale sarebbero stati istituiti da Eracle, in onore di Pelope: egli era divenuto re di Pisa, antica capitale della regione, l’Elide, in seguito alla sua vittoria in una gara di corsa con la quadriga, giocata con l’allora re Enomao. Questi, sapendo grazie a un oracolo che il futuro genero sarebbe stato la causa della sua morte, aveva deciso di sfidare i pretendenti della figlia Ippodamia, per ucciderli tutti; con Ercole però non riuscì a prevalere, e dunque dovette cedere la figlia in sposa, dopo di che, si uccise. Il tumulo dedicato all’eroe Pelope, che poi estese il suo dominio a tutta la penisola greca che prese da lui il nome Peloponneso, è situato all’interno dell’Altis, il recinto sacro del santuario di Olimpia, posto alle pendici del Monte Kronos. L’edificio principale è il tempio di Zeus, al quale è dedicato il santuario, che è stato costruito non proprio nella fase iniziale, ma poco successivamente; prima di esso, è stato costruito l’Heraion, ma il tempio di Zeus è decisamente più imponente e più importante, in quanto fissa il canone per l’architettura dorica di età classica. Questo tempio presenta un ciclo figurativo molto importante, e ospitava una colossale statua crisoelefantina (cioè in oro e avorio) del Dio, opera di Fidia, che non è giunta fino a noi; la stessa officina del grande scultore e architetto è ancora presente nel santuario, al di fuori dell’Altis, nel settore occidentale, riservato agli impianti sportivi. Il ciclo figurativo era concentrato nei lati corti del tempio, sei sulla facciata d’ingresso e sei sul retro, e raffigurano le dodici fatiche di Eracle, che abbiamo visto essere legato alla fondazione dei giochi olimpici, oltre che ovviamente essere figlio di Zeus. Importanti sono anche le sculture frontonali (la parte a forma di triangolo compresa tra gli spioventi del tetto e l’architrave, nelle facciate corte), che rappresentano il mito di Pelope e Enomao nel frontone orientale, e cioè quello di accesso al tempio, e il mito dello scontro fra Lapiti e Centauri avvenuto durante le nozze del re dei primi, Piritoo, nel frontone occidentale.

I santuari panellenici con i loro giochi, richiamano spettatori e partecipanti da tutta la Grecia, comprese le colonie, ed assumono dunque un ruolo molto importante nello sfogare le rivalità fra póleis, sottolineando allo stesso tempo la loro origine comune, il loro essere greci. L’orgoglio personale e la competizione erano una caratteristica tipica dell’uomo greco, che aspirava alla fama e alla gloria, sia personale sia della sua polis rispetto alle altre. Durante la celebrazione dei giochi, considerati sacri, veniva sospesa qualsiasi forma di conflitto, in una vera e propria tregua olimpica; era un evento così importante da iniziare a scandire il tempo: un’olimpiade è il periodo di quattro anni che intercorre fra un gioco e un altro, ed era importante per avere un sistema di datazione uniforme fra le varie póleis. La prima olimpiade storicamente accertata è stata nel 776 a.C. ed esse proseguirono a lungo, fino a quando l’influenza romana in Grecia non accrebbe e soprattutto quando il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero. Dal quel momento in poi i giochi olimpici furono visti sempre più come un’usanza pagana, e Teodosio con dei decreti successivi al famoso editto del 380 d.C., li interruppe definitivamente; fu solo nel 1896 che il barone Pierre de Coubertin fondò i giochi olimpici moderni.

Per quanto riguarda i giochi veri e propri, inizialmente prevedevano solamente la corsa, ma con il tempo si arricchirono sempre più, fino ad arrivare a comprendere un totale di venti gare. Per ognuna delle competizioni era previsto uno spazio dedicato nel santuario, quindi c’erano la palestra, lo stadio, l’ippodromo, il ginnasio e il teatro. In effetti è proprio questo ciò che distingue un santuario da un semplice tempio: il santuario oltre al luogo di culto vero e proprio, presenta tutta una serie di edifici di diverso uso, anche se pur sempre collegati al culto.

In particolare, le olimpiadi duravano cinque giorni: il primo era dedicato interamente ad una cerimonia di presentazione degli atleti e il loro giuramento, oltre che a sacrifici agli Dei. Dal secondo giorno iniziavano le gare atletiche vere e proprie con la corsa dei cavalli che avveniva nell’ippodromo, insieme alla prestigiosa corsa con le quadrighe; si proseguiva poi con il pentathlon, ossia le specialità di lancio del disco, lancio del giavellotto, salto in lungo, corsa e lotta. Infine, avvenivano anche le gare di pugilato e pancrazio (un combattimento misto fra lotta e pugilato), per poi concludere il quinto giorno con ulteriori processioni e rituali. Gli atleti vincitori dei giochi acquisivano una fama e una gloria che qualsiasi premio materiale non avrebbe potuto conferire, erano acclamati ed ammirati in tutta la Grecia. Anche la partecipazione a tutti e quattro i giochi panellenici, che prendeva il nome di perìodos, costituiva un attestato di merito particolarmente importante, ancor di più in caso di vittoria: colui che raggiungeva questo ambitissimo traguardo veniva chiamato periodonikes, cioè vincitore di tutti i giochi, ed era accolto come un eroe.

L’estremo agonismo greco si manifestava anche in una nobile gara nel dedicare offerte votive sempre più preziose e pregiate. Fu così che i santuari si arricchirono di ex-voto, che venivano custoditi nei cosiddetti thesauroi, piccoli edifici che rappresentavano le póleis della Grecia e delle colonie. In particolare, nel santuario di Apollo a Delfi, ci sono degli splendidi Tesori, che essendo rappresentativi della città, erano arricchiti da raffinate decorazioni scultoree. Il Tesoro degli Ateniesi, per esempio, è un edificio dorico con due colonne fra le ante (prolungamento dei muri oltre l’ingresso), che raffigura, nella parte decorativa sopra l’architrave, episodi dei miti di Teseo e di Eracle. Il Tesoro dei Sifni invece è in stile ionico, presenta due colonne fra le ante come quello degli Ateniesi ma queste sono sotto forma di cariatidi, cioè l’elemento portante è modellato come una statua femminile. Il fregio decorativo continuo posto sopra l’architrave raffigura qui, in bassorilievi molto raffinati, scene di Gigantomachia, la lotta fra gli Dei dell’Olimpo e i Giganti, scene del giudizio di Paride e di un concilio degli Dei. Questi e altri Tesori si trovano nella parte meridionale del santuario, mentre proseguendo lungo la via sacra si raggiunge il tempio di Apollo, poi il teatro e ancora più a nord lo stadio, che risulta essere il meglio conservato in Grecia. Tutto il complesso sorge alle pendici del Monte Parnaso, consacrato al culto del Dio Apollo e delle Muse, ed era molto importante non solo per i giochi pitici, ma anche per la Pizia, la sacerdotessa che, seduta sul tripode, respirava i vapori che esalavano da una crepa della terra e che la facevano cadere in una sorta di trance, facendole pronunciare il celebre Oracolo. Secondo il mito, Apollo si impadronì di Delfi e della Pizia dopo aver ucciso Pitone, un drago-serpente figlio di Gea e custode dell’Oracolo. Gli stessi giochi pitici si chiamano così in onore di Pitone, perché dopo la sua morte la madre Gea si rivolse a Zeus, che impose ad Apollo di presiederli come penitenza per il suo gesto, e il nome Pizia rimase come titolo dell’Oracolo.

Anche il santuario di Apollo a Delfi, come quello di Zeus a Olimpia, cadde definitivamente in disuso con il decreto del 394 d.C. dell’imperatore Teodosio.

Questi santuari panellenici furono in definitiva molto importanti, perché essendo molto visitati e frequentati, contribuivano alla diffusione di nuove idee artistiche e alla sperimentazione di nuove forme, grazie alla contaminazione fra culture diverse.

Valentina Puddu

 

Bibliografia

G. Bejor, M. Castoldi, C. Lamburgo, Arte greca. Dal X al I secolo a.C., Mondadori Università, Milano 2008, pp. 134-143 e 180-193.

E. Lippolis, G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Bruno Mondadori, Milano-Torino 2011, pp. 150-154.

Planet, I capolavori dell’uomo vol. 22 Atlante dell’Antica Grecia, Mondadori, Verona 2004, pp. 34-35, 116-117 e 166-167.

 

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