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Si può notare cosa rimane delle abitazioni, accerchiate dallo spesso muro di cinta, e in lontananza le tombe degli operai, sormontate da una piccola piramide.

 

Tutti conoscono la Valle dei Re, che ospita le sepolture dei faraoni della XVIII, XIX e XX dinastia, non tutti però conoscono Deir el-Medina, il villaggio dove vivevano gli operai e gli artigiani preposti alla realizzazione delle tombe reali. Questo villaggio è una fonte documentale molto importante per quanto riguarda l’urbanistica, le abitudini sociali e funerarie, e la letteratura.

Fu probabilmente fondato da Thutmosi I (infatti alcuni mattoni del muro di cinta presentano il suo cartiglio) il quale sarà il primo faraone della XVIII dinastia a farsi poi seppellire nella Valle dei Re (forse prima di lui, il suo predecessore Amenofi I, oggetto di culto insieme alla madre Ahmose Nefertari proprio a Deir el-Medina). Situata sul letto di un antico torrente, Deir el-Medina è incastonata fra colline rocciose, in una posizione centrale aperta a nord e a sud; gli operai percorrevano il crinale di queste alture per raggiungere il luogo di lavoro, la Valle dei Re a nord e la Valle delle Regine, più vicina, a sud. La vicinanza del Nilo permetteva il facile approvvigionamento di viveri, acqua e ovviamente, dei materiali da costruzione.

L’impianto urbano assume, dopo vari ampliamenti, una forma rettangolare e un’impostazione ortogonale delle vie; gli angoli a nord sono curiosamente arrotondati, ad assumere quasi la forma del cartiglio reale. Le case sono realizzate in mattoni crudi (cioè l’impasto di argilla e paglia tritata veniva lasciato essiccare al sole), su un basamento di pietra grezza che poggia direttamente sul terreno, senza fondamenta, e sono tutte molto simili. In effetti, in tutte le abitazioni si ritrova la stessa combinazione di stanze, in sequenza. Dalla via principale del villaggio si attraversa la porta d’ingresso che presenta il nome del padrone di casa, e che ci porta nella prima stanza, quella del cosiddetto letto chiuso. Si tratta di un letto, situato nell’angolo della stanza e dotato di gradini in quanto rialzato dal terreno, delimitato da un muro di mattoni crudi, intonacati (rivestiti con uno strato di limo e paglia, oppure sabbie fini, e infine, una volta asciugato questo strato, ne veniva aggiunto un altro di gesso) e decorati. Qui si trova spesso rappresentato Bes, che protegge la casa, il matrimonio e dunque anche la fertilità (assiste infatti le donne durante del parto e assiste i neonati), scacciando il malocchio. Questo letto dunque, assume una duplice funzione: oltre quella principale di giaciglio per il padrone di casa, è anche una specie di altare per il culto domestico e degli antenati; la stanza presenta infatti numerose nicchie con tavole offertorie e oggetti legati al culto, come quello per esempio delle dee Merseger e Renenet. Dopo questa prima stanza di accoglienza, si giunge nella sala principale della casa, e quindi più grande e più alta delle altre, detta del divano. Tale ambiente  presenta appunto una sorta di divano addossato alla parete, che assume la funzione che ha tutt’oggi: ricevere gli ospiti. Questa stanza, ben arredata e decorata, presenta una colonna, atta a sorreggere il soffitto, e con una funzione anche ornamentale; curiosamente, sulla base litica della colonna è stato spesso ritrovato il nome del padrone di casa. Spesso da questa stanza partiva anche una piccola scala che scendeva in una specie di cantina scavata nella roccia, seminterrata. Qui venivano deposti gli oggetti preziosi della famiglia oltre ai generi alimentari e oggetti da lavoro. Proseguendo oltre, troviamo la stanza delle donne, di piccole dimensioni e dedicata alle attività tipicamente femminili, oltre che ulteriore camera da letto, visti i numerosi componenti della famiglia tipo. Infine, in fondo alla casa e a ridosso di quello che è il muro di cinta del villaggio, la cucina (spesso preceduta da un’anticucina dove venivano preparati i pasti), che presentava il forno per cucinare il pane. Incassati nel pavimento ci sono dei silos per il grano e l’orzo, e anche dei ripostigli per tenere gli utensili, come il mortaio, le anfore per l’acqua o le madie per il pane. La scala che conduce alla cantina può trovarsi anche nei pressi della cucina, e ne è presente anche un’altra che porta sul tetto, luogo usato sia come deposito, sia per trovare refrigerio la sera. Questa specie di terrazza non era tutta sullo stesso livello, come non lo era il pavimento dell’abitazione stessa; in effetti abbiamo detto che la stanza del divano ha il soffitto più alto delle altre stanze, e questo è spiegabile anche per la necessità di creare delle aperture per l’areazione, delle finestre. Essendo le case addossate lateralmente le une alle altre, e posteriormente al muro di cinta, l’unica collocazione possibile per delle finestre era appunto in alto, nel dislivello che si veniva a creare.

Nonostante l’uniformità delle abitazioni, tutte simili architettonicamente fra loro, non bisogna pensare che la comunità fosse poi così egualitaria. Ovviamente c’erano persone di grado più elevato, e persone comuni; questo dipende dall’organizzazione del lavoro nella necropoli, che era particolarmente preciso. Al vertice ci sono i capisquadra e gli scribi della Tomba: i primi sono coloro che dirigono i lavori dal punto di vista tecnico, coordinando gli operai della propria squadra (che era divisa in parte destra e parte sinistra, per cui i capisquadra erano due) e risolvendo le dispute interne; gli scribi invece hanno un ruolo più amministrativo, tengono nota della presenza o assenza degli operai, e dei loro incarichi, oltre che mantenere l’ordine insieme ai capisquadra. Dopo queste figure si trovano gli idenu, che sono i rappresentanti dei lavoratori, e quindi intermediari per loro con i capi. In realtà si tratta di un semplice operaio che però poteva assumere responsabilità maggiori, come fare le veci del caposquadra in sua assenza; anch’essi, come i capisquadra e gli scribi, erano due.

La squadra in sé è formata dagli operai, ed è divisa in parte destra e parte sinistra, quasi a ricordare l’organizzazione dei rematori in una nave. Il numero di operai nelle due parti non era necessariamente lo stesso, e comunque è molto variabile nel tempo, nei vari regni. Oltre agli operai a pieno titolo, ci sono anche molti ragazzi, come degli apprendisti, e quindi con un salario più basso; spesso sono i figli degli operai, che imparano il mestiere, ma la promozione può avvenire solo grazie al visir, e quindi alla raccomandazione dello scriba, che per questo motivo era spesso destinatario di molti doni. Gli operai sono indicati come un’unica categoria, ma si presume la presenza di specializzazioni e manodopera qualificata; fanno parte del gruppo degli operai anche i pittori, che lavoravano a stretto contatto con gli scribi, essendo pittura e scrittura direttamente collegate nella decorazione. Al pari dell’idenu per gli operai, anche loro avevano un capo pittore, che dirigeva i pittori a lui subordinati.

Al di fuori della squadra vera e propria si trovano poi i guardiani della Tomba, che custodiscono i materiali da lavoro, e tutto ciò che può servire agli operai, e che consegnano direttamente ai lavoratori; i custodi delle porte della Tomba, che sorvegliano appunto la Tomba e che recano i messaggi del visir; i servi della Tomba infine, che svolgono attività secondarie (portatori di acqua, lavandai, taglialegna, pescatori, vasai..) alle dipendenze degli operai o comunque agli ordini dello scriba di quella parte della squadra. Altre figure non collegate alla squadra sono le serve, che macinano il grano e l’orzo per preparare il pane e la birra, e lavorano nelle cucine delle case del villaggio, nelle famiglie degli operai. Inoltre, ci sono delle forze dell’ordine che sorvegliano la necropoli ed intervengono in caso di furto; garantiscono la sicurezza degli operai al lavoro oltre che controllare la loro condotta e sono aggregati alla Tomba, non al villaggio operaio.

L’amministrazione della giustizia era garantita da un tribunale, la qenbet, composta dai due capisquadra, da uno scriba della Tomba, da un idenu e da un operario. Era importante per gli operai avere la possibilità di proteggere i propri diritti, e questo tribunale interveniva in casi di materia civile, quindi pagamenti o prestiti, soprattutto di animali, oppure su beni immobili oltre che a questioni di famiglia e di successioni. Meno frequenti erano casi di materia penale, quindi furti, adulteri o atti di violenza, anche perché i casi più gravi erano riservati alla Corte Suprema a Tebe. Nel villaggio però, oltre alla qenbet si poteva ricorrere all’oracolo, cioè al giudizio supremo del Dio, che in questo caso è la statua divinizzata di Amenofi I, che abbiamo detto essere il patrono della necropoli tebana e del villaggio.

Il culto domestico degli antenati è infatti molto importante, e in generale lo è la religione; oltre agli dei tradizionali, sono venerati anche un certo numero di divinità straniere, segno questo del carattere multietnico della comunità (in effetti compaiono molti nomi stranieri). Abbiamo già citato Merseger, dea-cobra locale, che personifica la necropoli, luogo di pace e di silenzio (il suo nome significa infatti “colei che ama il silenzio” o “amica del silenzio e della tranquillità”), e Bes, semi-dio dall’aspetto bizzarro, nano deforme che fa smorfie e linguacce, ma estremamente benevolo. Altre divinità straniere assimilate qui, sono la dea-sole siriana Qadesh, raffigurata frontalmente, nuda in piedi su un leone e che tiene in una mano un bocciolo di loto e nell’altra uno o due serpentelli; Anat, la dea cananea della terra, dell’amore e della fertilità; Astarte, la grande madre fenicia e cananea, legata alla fecondità e alla guerra, spesso è raffigurata su un cavallo con armi da guerra. Renenet, che abbiamo citato insieme a Merseger nelle decorazioni delle abitazioni, è la dea che protegge le messi e tutto ciò che può nutrire, e quindi le si offrivano le prime spighe di frumento e le prime gocce di birra. Permangono anche i culti di Osiri, dio dei morti e principe dell’eternità in quanto incarnazione del ciclo vitale, Ptah, dio demiurgo e patrono degli artigiani, Thot, dio-ibis patrono degli scribi, Hathor, la vacca celeste che al tramonto inghiotte il sole per ridargli vita al mattino, e signora della necropoli, che accoglie i morti nell’aldilà, oltre ovviamente ad Amon-Ra, re di tutti gli dei del pantheon egizio.

La devozione a questi dèi era manifestata da alcune stele, in cui compaiono vari inni e preghiere; si chiede perdono per i peccati, oltre che protezione e salute. Oltre alle stele, Deir el-Medina ci ha lasciato molte altre testimonianze, documenti non solo amministrativi, ma anche privati, sotto forma soprattutto di ostraca (cocci di ceramica). Ci sono ostraca scolastici, che attestano quindi la presenza di una scuola (per pittori e scribi) in questo villaggio, e che riportano brani della Kemit, un testo che contiene modelli di lettere, consigli e regole di vita, utili ai futuri scribi. Fra i testi letterari riprodotti in questi ostraca, sono presenti soprattutto brani della Satira dei mestieri e dell’Insegnamento di Amenemhat. La Satira dei mestieri comprende scritti che esaltano le virtù della propria professione, lo scriba, rispetto agli altri mestieri, descritti in termini spesso sarcastici; viene quindi esaltata questa professione in quanto un funzionario del genere è un vero e proprio maestro di vita. Gli Insegnamenti invece sono una tipologia molto diffusa di testi, in cui si danno consigli di vita, istruzioni e insegnamenti appunto, di padre in figlio; quello di Amenemhat in particolare, esorta a diffidare dei sottoposti, definiti come serpenti, quando si è soli, oppure di notte, quando l’unica protezione è in se stessi, perché in caso di difficoltà, tutti ci abbandonano. Oltre a questi, ci sono anche moltissimi ostraca figurati, probabilmente dei semplici schizzi e abbozzi degli artisti, che però costituiscono per noi delle opere d’arte a sé stanti, e forse, ancora più interessanti. I soggetti sono soprattutto la figura umana, oppure animali, sia come ipostasi divine che come sacrifici, oppure in scene quotidiane. Alcuni disegni sono le scene che poi verranno rappresentate nelle tombe, quindi immagini standardizzate, come il faraone che sottomette il nemico, oppure un re in atteggiamento di devozione.

La massima espressività artistica però, va ricercata nelle tombe degli operai: a nord e nord-ovest dell’abitato infatti, sorge la necropoli dove gli operai hanno costruito, nel tempo libero che avevano, le proprie tombe. Si tratta di tombe con un ingresso affiancato da due ali in muratura, seguito da un cortile con alti muri; si entra poi nella cappella, dove avvenivano le esequie e le periodiche offerte al defunto da parte di parenti e amici, e che era sormontata esternamente da una piramide in mattoni crudi; era sempre presente un pozzo che scendeva fino alla cripta, che veniva sigillata dopo la sepoltura. Sia le cappelle che le camere sepolcrali erano decorate, con pitture dal carattere allegro e spigliato, molto più immediate delle ieratiche rappresentazioni funerarie; sono scene vivaci e disinvolte, che esprimono una certa spontaneità, che nelle rappresentazioni ufficiali non emerge; così dovevano essere coloro che le hanno dipinte, una comunità di semplici lavoratori, e non di persone di spicco o al vertice del potere, che ci ha trasmesso la propria quotidianità.

 

Valentina Puddu

 

Bibliografia

E. Leospo, M. Tosi – Vivere nell’antico Egitto. Deir el-Medina, il villaggio degli artefici delle tombe dei re.

N. Grimal – Storia dell’antico Egitto.

 

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