Busto in gesso di Tucidide, museo Pushkin, ricavato da una copia romana esposta a Holkham Hall (Norfolk, Regno Unito). L’originale greco risale agli inizi del quarto secolo a.C.

 

Da qualche settimana ormai più o meno tutti scorriamo febbrilmente siti e pagine di giornali alla ricerca di notizie attendibili sul flagello del Terzo Millennio, ossia il Coronavirus, o, per gli scienziati, COVID-19.

Nei lunghi giorni di quarantena ci si può chiedere se nella letteratura greca e romana si accenni a epidemie di portata simile. La risposta è sì.

L’esempio più lampante è costituito dalle Storie di Tucidide, secondo libro. Gli Spartani stanno devastando le campagne dell’Attica e perciò costringono gli Ateniesi a barricarsi all’interno delle Lunghe Mura. Questo assembramento, come diremmo oggi, concorre alla diffusione di un morbo. Identificato dagli studiosi come peste, esso miete moltissime vittime.

Alcune persone, invece, sopravvivono: una di queste è proprio lo storiografo Tucidide. Egli, fedele alla sua missione di fornire una chiave di lettura per il futuro vicino e lontano, si sofferma ad osservare e ad analizzare la realtà che lo circonda.

Innanzitutto descrive i sintomi che improvvisamente sconvolgevano l’esistenza dei malati: arrossamento della cute, starnuti, convulsioni, bubboni e molto altro[1]. Questo passo dopo molti secoli suscita ancora brividi di raccapriccio.

L’orrore pervade anche il seguito, quando Tucidide si sofferma sui risvolti psicologici che scaturiscono in conseguenza a quello che ha appena riportato.

Ora come allora, sono molte le reazioni di fronte al dilagare dell’epidemia. Qualcuno rimane indifferente e cerca di esorcizzare la paura, altri sono mossi da una compassione talvolta letale per la propria salute[2].

Sembra quasi di vederla, un’Atene in cui il bianco scintillante del marmo si mescola impietosamente con il rosso di pire alzate velocemente per bruciare i cadaveri, in presenza di pochissimi parenti, timidi e spaventati.

Secondo quanto riportato dallo storiografo, l’oscuro male sarebbe stato profetizzato, ma “gli uomini adattavano i ricordi ai mali sofferti”[3]. In altre parole, i contemporanei forzavano il passato, sperando di trovare qualcosa che giustificasse l’ingiustificabile.

La facilità con cui l’uomo riveste di simboli e significati ogni evento negativo ritorna in Lucrezio nell’ultimo libro del De rerum natura, ai versi 1138-1286. Anche lo scrittore latino tratteggia sintomi e manifestazioni della malattia, ma con un effetto complessivo totalmente diverso.

Lucrezio, infatti, adotta uno stile esageratamente drammatico e accorato, lontano dal razionalismo venato di rassegnata tristezza dell’originale greco, eppure non meno attento ai dettagli più reconditi.

 

Alessandra Martinello

 

[1]Thuc.,Hist., II, 49.

[2]Thuc.,Hist., II, 51.

[3]Thuc.,Hist., II, 54.

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