L’immagine è presa da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Anubis_attending_the_mummy_of_Sennedjem.jpg utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale. Ritrae un sacerdote con la maschera di Anubi, che esegue la mummificazione; dalla tomba di Sennedjem, a Deir-el Medina.

 

Quando si parla di mummie la prima cosa che salta alla mente è l’Antico Egitto. La realtà ovviamente non è così riduttiva, e ci sono molti esempi altrettanto eccezionali ed interessanti.

Innanzitutto, scientificamente la mummificazione è un fenomeno alternativo alla decomposizione, che viene quindi bloccata da un intervento esterno; normalmente infatti, un corpo va incontro ad autolisi delle cellule e degli organi, e successivamente subisce l’azione dei batteri che portano avanti il processo di putrefazione vero e proprio. L’interruzione della decomposizione può avvenire per diverse cause, fondamentalmente naturali o artificiali: le famose mummie egizie rientrano fra quelle artificiali ovviamente, ma ci sono anche altre tipologie legate appunto a processi naturali. In questo secondo caso, ciò che può innescare la mummificazione è una rapida disidratazione del corpo, quindi in caso di clima secco o con alte temperature, come un vero e proprio congelamento.

A questa tipologia appartiene il celebre Uomo del Similàun, conosciuto anche con il nomignolo Ötzi, ritrovato casualmente nel 1991 da due escursionisti tedeschi presso il crinale spartiacque delle Alpi Venoste, sul quale corre il confine italo-austriaco. Inizialmente si pensò fosse la vittima di un recente incidente di montagna, ma ben presto si capì che il corpo risaliva a circa il 3200 a.C.: lo stesso ghiacciaio che lo aveva mummificato e tenuto intrappolato per migliaia di anni, adesso si era ritirato, lasciandolo emergere e permettendoci di recuperarlo. Negli anni sono state fatte molte analisi, inclusa la mappatura del DNA mitocondriale (e cioè ereditato esclusivamente dalla madre) che ci permettono di descrivere in maniera molto precisa Ӧtzi. Quello che sappiamo è che aveva occhi marroni, il suo gruppo sanguigno era lo 0, il suo ultimo pasto è stato carne essiccata di stambecco, ed era intollerante al lattosio (in effetti l’uomo ha sviluppato la capacità di digerire il latte anche da adulto a partire dall’addomesticamento animale); inoltre, presenta calcificazioni vascolari, che indicano una predisposizione genetica alle malattie cardiovascolari, tracce del batterio responsabile della malattia di Lyme, che provoca eritemi e dolori muscolari, e infine, il cromosoma Y (quindi trasmesso esclusivamente di padre in figlio) presenta una mutazione che si è mantenuta sino ai giorni nostri solamente nelle popolazioni sarde e corse, a causa del loro isolamento geografico e genetico.

Per quanto riguarda le cause della morte di Ӧtzi, è stata ritrovata una punta di freccia in selce nella sua spalla sinistra, oltre ad altre ferite, in particolare una nella mano destra e un trauma cranico, il che ha fatto pensare ad una morte violenta. Infine, di particolare interesse sono i numerosi tatuaggi dell’uomo, circa una sessantina, quasi tutti linee dritte e parallele, ed un paio di croci; la posizione dei tatuaggi, quasi sempre in corrispondenza delle articolazioni, nelle quali sono state riscontrate forme di artrosi, ha fatto pensare ad una pratica terapeutica, per alleviare i dolori e curarsi, oppure a punti di pressione per una tecnica affine all’agopuntura.

Con le stesse modalità dell’Uomo del Similàun, sono stati trovati anche degli animali, intrappolati e conservati per millenni nel ghiaccio. Un cucciolo di canide femmina di pochi mesi è stato trovato in Jacuzia (Siberia orientale) nel 2011 e risale a 12.400 anni fa; un cucciolo di appena un mese (talmente piccolo da non aver ancora aperto gli occhi) dell’ormai estinto leone delle caverne, risalente a circa 50.000 anni fa, è stato trovato sempre in Jacuzia nel 2018; stessa regione e stesso anno per un puledro di cavallo Lena, una specie estinta che abitava la regione fra i 30 e 40.000 anni fa: questi ultimi due ritrovamenti sono molto recenti, per cui molte analisi devono ancora essere eseguite.

Un altro caso particolare sono le cosiddette mummie di palude o bog bodies: la forte acidità della torbiera, insieme alla presenza di muschi, riescono a bloccare l’azione dei microorganismi decompositori. Questo “ambiente” fa sì che la pelle, ma anche il tessuto nervoso e il sistema digerente, si conservi bene, mentre allo stesso tempo il basso pH provoca la demineralizzazione delle ossa con conseguente frammentazione. La pelle assume un colore molto scuro, quasi nero, che come una pergamena sembra ricoprire le ossa. Un caso particolare è stato ritrovato nello Jutland, presso Silkeborg: l’Uomo di Tollund, il cui volto è talmente ben conservato, che gli uomini che lo hanno trovato nel 1950, mentre raccoglievano la torba, pensarono fosse la vittima di un recente omicidio. In effetti l’uomo è stato ucciso, per la precisione impiccato, ma circa 2000 anni prima! La vittima era in posizione fetale e aveva un cappio intorno al collo, con il nodo scorsoio sulla nuca; successivi studi hanno accertato la morte fra il 300 e il 400 a.C., oltre a mostrare la buona conservazione anche degli organi interni. Un altro esempio degno di nota è l’Uomo di Grauballe, fratello per così dire dell’Uomo di Tollund; in effetti è stato ritrovato nello Jutland, nel 1952, morto sgozzato con un taglio da orecchio a orecchio nel 290 a.C. circa. Queste uccisioni presso le torbiere, comuni in Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Danimarca e Svezia meridionale, sono interpretate come sacrifici umani oppure come vere e proprie esecuzioni per crimini commessi.

Per quanto riguarda invece la mummificazione artificiale, maestri indiscussi sono gli egizi, che usavano la pratica dell’imbalsamazione come rituale funerario; la religione egizia era soteriologica, cioè aspirava alla salvezza eterna, per cui il corpo era necessario per proseguire l’esistenza nell’aldilà: il disfacimento del corpo non coincideva con questa visione, soprattutto per il faraone che era l’incarnazione del dio. Nel corso della lunga storia della civiltà egizia, il rituale è cambiato, ma possiamo descrivere il procedimento utilizzato in linea generale. Innanzitutto, il corpo veniva portato nella casa della purificazione, dove gli veniva estratto il cervello e, tramite un’incisione nell’addome, anche gli organi interni; questi erano poi trattati separatamente, e posti in vasi detti canopi, protetti dai quattro figli di Horo (Amset per il fegato, Hapy per i polmoni, Duamutef per lo stomaco e Qebehsennuef per l’intestino), dei quali i coperchi riproducevano le teste. Altre volte, gli organi interni dopo essere stati trattati, venivano ricollocati nel corpo. Il cuore dunque rimaneva all’interno del corpo, poiché centro della vita, così come i reni, difficili da raggiungere dalla cavità addominale. Una volta svuotato il corpo, esso veniva immerso per più di un mese nel natron, un sale che si trovava nei pressi del Nilo, e che permetteva dunque di disidratarlo.

Si procedeva poi lavando il corpo con vino di palma, il cui alcool impedisce il proliferare di batteri decompositori, e inserendo tamponi di lino imbevuti di resina, sacchetti di natron, e trecce di erbe aromatiche, per riempire il corpo laddove era stato svuotato, e fare in modo che mantenesse il volume naturale. Ulteriori unguenti, resine e spezie naturali venivano cosparse sul corpo, oltre a coprire l’incisione fatta nell’addome con una placchetta, sempre protetta dai quattro figli di Horo. Adesso si poteva procedere, avvolgendo il corpo in bende di lino, partendo dalle estremità; all’interno della fasciatura venivano talvolta inseriti amuleti o testi funebri. Il volto veniva coperto da una maschera funeraria, che poteva essere di materiale più o meno prezioso, e che con il tempo tenderà ad allungarsi fino a coprire tutto il corpo. Infine, il defunto era inserito in un sarcofago, che con il tempo avrebbe iniziato ad assumere le fattezze del corpo, così come è nell’immaginario collettivo odierno. Interessante notare che gli egizi spesso mummificavano anche degli animali, in quanto manifestazioni di divinità, e quindi tori, gatti, coccodrilli e falchi solo per dirne alcuni; il culto degli animali si propagò sempre più, e infatti abbiamo innumerevoli esemplari, trovati ad esempio a Saqqara, la necropoli di Menfi.

Un altro esempio di mummia, che non è egiziana in senso stretto, ma comunque direttamente collegabile, è quella detta di Grottarossa, dal nome della via in cui è stato ritrovato un sarcofago marmoreo con all’interno il corpo di una bambina, datato al 150-200 d.C. Questo ritrovamento risale al 1964 ed avvenne a seguito di lavori presso la via Cassia, anche se inizialmente si cercò di nascondere la scoperta, in quanto avrebbe bloccato i lavori. Questo provocò un maneggiamento brutale dei reperti, che furono letteralmente gettati via, ma nonostante questa interferenza, il corpo della bambina e il sarcofago furono recuperati e portati in salvo, e ovviamente studiati ed analizzati. Il sarcofago in marmo di Carrara era riccamente decorato, nonostante fosse destinato ad essere interrato: mostra scene di caccia al cervo, scene dell’Eneide, infatti compaiono Enea e Didone, e sul coperchio un cucciolo di leone portato via ai genitori, simbolo della prematura dipartita della fanciulla. All’interno, una bambina con ricchi abiti ed un ricco corredo: aveva una collana di zaffiri, un anello con una Vittoria alata incisa, degli orecchini d’oro, a forma di cerchietto indossati tipicamente dalle bambine fino ai 7/8 anni (questa età è poi stata confermata dalle analisi sul corpicino, in particolare sull’analisi dei denti); c’erano anche dei vasetti d’ambra, e una bellissima bambolina in avorio con gli arti snodabili, del tipo ritrovato in molte altre sepolture coeve, ma dalle quali si distingue per l’estrema raffinatezza artigianale. Questa raffinatezza, oltre alla ricchezza del corredo appena visto, e delle vesti (seta con fili d’oro), denota l’appartenenza ad una famiglia agiata, anche se non si sa quale. Dall’analisi del DNA mitocondriale, è emersa l’origine italica della bambina, che in parte conferma l’origine aristocratica, in quanto la maggior parte della popolazione romana dell’epoca era di origine “straniera”. Per quanto riguarda la mummificazione in sé, è stato utilizzato un procedimento diverso quello egizio: il corpo è stato avvolto in bende di lino, e poi ricoperto di resina di conifere a caldo. Dalla tipologia delle bende utilizzate, con un particolare tipo di intreccio, sappiamo che l’imbalsamazione è avvenuta Roma, e il perché della scelta di questo uso funerario è da ricercare nel culto egizio di Iside praticato all’epoca. Non sono stati tolti gli organi interni dunque, che infatti abbiamo potuto osservare con la tomografia computerizzata; le varie analisi hanno rilevato una pleurite forse intervenuta a seguito di una tubercolosi, e probabile causa di morte, oltre a un’osteoporosi che denota una certa malnutrizione. La bambina deve aver sofferto di diverse malattie infettive nella sua breve vita; una vita che possiamo raccontare, come quella degli altri esempi citati, proprio grazie allo straordinario processo finora descritto.

 

Valentina Puddu

 

Bibliografia e sitografia:

  1. Minozzi, A. Canci – Archeologia dei resti umani
  2. Dondio – La regione atesina nella preistoria, Volume Primo
  3. Grimal – Storia dell’antico Egitto

www.nature.com

www.ansa.it

www.focus.it

www.siberiantimes.com

www.archeaology.org

www.tollundman.dk

www.treccani.it

www.rai.it

 

Il Gruppo Storiavera non vuole in alcun modo violare la proprietà intelletuale di altri enti o il copyright. Qualora i contenuti di questo sito violassero questi diritti, il Gruppo lo ha fatto in modo inconsapevole. Per chiarimenti ed eventuali rimozioni del contenuto, si prega gli interessati di contattare il Gruppo all’indirizzo e-mail: gruppostoriavera@gmail.com

The Gruppo Storiavera doesn’t in any way violate the intellectual property of other entities or copyright. If the contents of this site violate these rights, the Group did so unconsciously. For clarifications and possible removal of the content, please contact the Group at the e-mail address: gruppostoriavera@gmail.com

You may also like

Sotto l’egida di Atena: la giustizia in età classica
Medea e la coesistenza di amore e odio
La malattia nell’antichità

srsolivagus

Lascia un commento