Fibule dalla necropoli longobarda di Spilamberto (foto presa da Comune di Spilamberto).

 

Quando si pensa alla presenza longobarda in Italia vengono subito in mente le grandi necropoli di Castel Trosino e Nocera Umbra, scoperte rispettivamente nel 1893 e 1897, i cui reperti sono conservati presso il Museo dell’Alto Medioevo a Roma. Per quanto riguarda l’area dell’Emilia Romagna, e in particolare Modena (fondamentale perché punto di confine con i territori esarcali), fino all’inizio del nuovo Millennio i ritrovamenti attribuibili alla presenza longobarda contavano solo sulle sepolture sporadiche e sulla stele di Guterberga reimpiegata nel duomo di Modena.

Nel 2003, nell’ambito degli accertamenti archeologici effettuati per l’apertura della nuova cava di Ponte del Rio a Spilamberto (MO), emerge sorprendentemente una vasta necropoli longobarda. Nella stessa area sono presenti sepolture di età celtica, nonché tracce consistenti di frequentazione risalenti al Neolitico e alle età del Bronzo e del Ferro. Non sono state trovate strutture insediative risalenti al periodo longobardo; anche per quanto riguarda il periodo di occupazione altomedievale i resti sono esigui (resti di focolare, un canale con materiali databili tra tarda antichità e Alto Medioevo).

Per quanto riguarda la datazione della necropoli, essa si attesta tra il 570 e il 590: è pertanto il periodo iniziale nel quale i Longobardi occuparono l’Italia, entrando nel territorio dall’area nordorientale nel 569. Nel 590, infatti, i bizantini ripresero sotto il loro controllo l’area del Modenese e del Reggiano, che furono riconquistate dai Longobardi solamente nel 643 da Rotari con la battaglia del fiume Scultenna (Panaro).

I Longobardi praticavano la religione cristiana ariana (fino alla sconfessione ufficiale in favore della dottrina cattolica da parte di re Ariperto, nella metà del VII secolo). Ciononostante, il costume funerario a Spilamberto prevedeva ancora la presenza di un corredo funerario; sulla base di questi corredi possiamo indagare gli usi e i costumi dei Longobardi di quest’area. Le tombe sono circa 30, di cui solo 3 di maschi armati; inoltre sono presenti tre sepolture di cavalli in corrispondenza delle tombe 62, 65, 68, tutte femminili. I cavalli sono sepolti senza la testa, e dallo studio dei loro resti ossei risultano essere collegabili alle robuste razze asiatico-mongoliche e scandinave Fjord: pertanto cavalli da traino e trasporto e non da guerra, destinati ad accompagnare il padrone anche nella morte.

Il corredo delle sepolture maschili si allinea alla tradizione più antica attestata in tutte le popolazioni germaniche, con la presenza di scudo, lancia, spatha, e coltelli di diverse dimensioni. Nella sepoltura 37 è presente una lancia con cuspide in ferro “a foglia di salice”, diffusa in Pannonia: la lancia rappresentava il potere supremo nell’ambito di una società militarizzata. L’esemplare di Spilamberto presenta una rottura intenzionale, probabilmente eseguita prima della cerimonia funebre per interrompere il legame di possesso. Nella stessa tomba è stato trovato un umbone di scudo con cupola conica bombata, riconducibile al costume della fase pannonica.

Nelle sepolture 35, 37 e 69 sono state ritrovate tre lame di spathae in ferro lunghe quasi un metro, forgiate probabilmente in officine romano-bizantine. Per quanto riguarda le sepolture femminili, tre risaltano per il loro particolare corredo: sono le tombe 36, 60, 62.

All’interno della tomba 36 è stata trovata una fibula della tipologia cosiddetta a “S” (S fibeln), costituita da due protomi di volatili contrapposte; nella parte centrale del corpo e negli occhi sono incastonati tasselli di vetro colorati e sottili lamelle d’oro. Questo tipo di fibule mostra legami con la cultura pannonica, franca e gota, si attesta nel periodo compreso tra il 570 e il 600 ed è poco diffuso in nella penisola italiana: maggiore concentrazione vi è nelle aree del Friuli e di Nocera Umbra, cioè quelle occupate nel periodo di invasione e conquista.

All’interno della tomba 60 è stata trovata un’altra tipologia di fibula sempre collegabile all’area pannonica: è di tipo a disco (Scheinbenfibeln), con una lastra d’argento sulla quale sono saldate delle lamine che compongono un motivo a croce circondata da una raggiera di cellette. Gli alveoli sono riempiti con tasselli di vetro colorati di rosso, con lamina d’oro sottostante. questa tipologia è diffusa anche in area franco-alemanna fino al IX secolo. Sempre nella tomba 60 è stato ritrovato un pendente sferico in cristallo di rocca, con intelaiatura in argento, e diversi vaghi di collana in vetro millefiori e ambra, oltre che tre pendenti in lamina aurea a forma di piccolo umbone, con precisi confronti a Castel Trosino e Nocera Umbra.  La sepoltura in assoluto più ricca è senza dubbio quella della defunta sepolta nella tomba 62: il suo valore è riconosciuto grazie alla sella plicatilis posta sulle assi di chiusura dell’inumazione. Si compone di due telai rettangolari ferrei con decorazioni ageminate in ottone a motivi geometrici, vegetali e a spina di pesce, confrontabili con le due sellae di Nocera Umbra, dello stesso periodo. L’uso di questo tipo di sgabelli è frequente in area germanica e mediterranea e rappresenta un segno di potere.

All’interno della sepoltura è stato trovato un corno potorio in vetro verde chiaro, diffuso in Europa centrale, ma raro in Italia: esso è un chiaro elemento caratteristico di un’elevata posizione sociale, coerentemente con gli altri oggetti facenti parte del corredo. All’interno della tomba il corno era associato ad una bottiglia in vetro verde chiaro con corpo globulare, collo cilindrico e orlo ad imbuto, confrontabile con esemplari ritrovati a Brescia, Pavia, Ravenna. Un altro importante oggetto che compare all’interno della tomba 62 è una fibula a disco imitante i modelli bizantini: essa è in lamina dorata, con decorazione a filigrana, e presenta sedici castoni quadrati, rotondi e ovali con paste vitree e perle. Al centro è presente un cammeo in pasta vitrea, rappresentante un profilo con confronti nella statuaria greco-romana, in particolare nella rappresentazione di Apollo. Il gioiello poteva essere utilizzato sia come fibula che come pendente, come si può intuire dalla presenza dell’appiccagnolo. Anche nella parte inferiore è presente un appiccagnolo, utile forse ad agganciarvi un pendente a goccia, come nella tradizione imperiale bizantina. La particolarità di questo gioiello si situa nel contrasto tra la raffinata lavorazione e l’utilizzo di materiali imitativi. Probabilmente il gioiello è un dono funebre, secondo la tradizione gota e longobarda del VI secolo, che prevedeva anche l’inumazione equina.

In conclusione, la comunità di Spilamberto può essere vista come un gruppo culturalmente e etnicamente variegato, con reperti legati ancora ad una tradizione pannonica-centroeuropea e altri invece frutto dell’influenza bizantino-mediterranea. I costumi funerari si accostano alla prima generazione di immigrati longobardi, con la commistione di costumi romani e bizantini. La necropoli di Spilamberto è la prova della crescente fusione culturale tra diversi popoli, ma anche della permanenza della tradizione delle proprie origini.

 

Alice Rosa Brusin

 

Bibliografia:

C. Azzara, Le invasioni barbariche, il Mulino, 2012.

Autori Vari, Il tesoro di Spilamberto. Signori longobardi alla frontiera, a cura di A. Breda, Comune di Spilamberto, 2010.

P. Porta, Artigianato orafo longobardo: il caso di Spilamberto, in Luoghi, artigiani e modi di produzione nell’oreficeria antica, Ornamenta 4, a cura di I. Baldini, A. L. Morelli, Bologna 2012, pp. 339- 353.

 

Fonte immagini:

 

https://www.comune.spilamberto.mo.it/files/image/37%20gruppo%20pietre%20prez.jpg

 

 

 

 

 

 

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