Panorama di Manerba del Garda (foto presa da https://pixabay.com/it/photos/manerba-del-garda-lago-di-garda-2451611/ utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

L’Età del Rame copre un arco cronologico di circa dodici secoli, tra il 3400 e il 2200 a. C. Si
tratta di un periodo di tempo significativo, durante il quale si susseguono una serie di
trasformazioni sociali e tecnologiche. La nascita della metallurgia, con annessa la necessità di
ricercare incessantemente nuovi giacimenti, porta gradualmente alla genesi di una struttura
sociale più articolata e dunque all’aumento delle relazioni tra gruppi. Questo si traduce con il
rinvenimento di un maggior numero di oggetti di prestigio nei corredi funerari e con la messa
in luce di strutture individuabili come santuari all’aperto, luoghi riservati esclusivamente al
culto. Il rituale funerario, in sempre più contesti geografici, diviene articolato e coinvolge
tutta una serie di cerimonie volte alla manipolazione delle ossa. Difatti, negli ultimi decenni,
in molte aree alpine si sono moltiplicate le scoperte di aree sepolcrali in grotta, che hanno
messo in evidenza sepolture collettive e fenomeni di sepolture secondarie.
Significativi in questo senso sono gli scavi condotti da Lawrence Barfield in due siti in
provincia di Brescia: Riparo Valtenesi a Manerba del Garda e Riparo Cavallino a Villanuova
sul Clisi. Tali siti sono geograficamente concentrati, trovandosi a circa 20 km di distanza.
Rientrano nella tradizione della cosiddetta Cultura di Civate, testimoniata soprattutto nelle
zone subalpine e alpine della Lombardia e del Veneto, che assume propriamente l’aspetto di
una facies funeraria in quanto connessa alle evidenze di sepolture collettive secondarie in
grotta.
Il Riparo Valtenesi presenta un affaccio diretto sul lago di Garda e si trova in una lunga
striscia di terra protetta dall’aggetto della parete rocciosa. Attualmente è raggiungibile da una
strada costruita durante la Prima Guerra Mondiale, dunque verosimilmente nelle epoche
precedenti doveva essere raggiungibile via lago. Il Riparo fu scoperto nei primi anni ’70 e fu
oggetto di ricerche non continuative dal 1976 al 1994. E’ stata investigata completamente una
superficie pari a 94 m2, di cui 42 si riferiscono alle attestazioni eneolitiche intatte,
corrispondenti all’area dove è stata individuata una necropoli, mentre la restante parte risulta
interessata da interventi in età storica. Il deposito più meridionale, a ridosso della parete
rocciosa, ha restituito due fosse tra loro congiunte, riempite da 160 ossa umane disarticolate e
sottoposte a scarnificazione, interpretate da Barfield come il risultato della deposizione di due
casse di legno contenenti ossa. Al di sopra fu costruita una piattaforma pavimentale di ciottoli
e frammenti di calcarenite su cui furono deposti resti umani disarticolati di almeno 4
individui. Da qui provengono anche industrie litiche, perline, frammenti ceramici e semi
carbonizzati. Poco più a nord è stato individuato un piccolo deposito che presentava: negli
strati più bassi materiali del tardo Mesolitico/antico Neolitico e al di sopra quello che Barfield
ha definito “Burnt Burial Deposit”, ossia un deposito sepolcrale costituito da ossa bruciate da
cui provengono manufatti in selce sottoposti a fuoco e perline di collana non bruciate. Infine,
ancora più a nord, si trova un livello tardo Mesolitico/antico Neolitico coperto da uno strato di
crollo; sopra quest’ultimo un livello di tardo Neolitico con frammenti di ceramica della Lagozza e
ancora sopra il livello Eneolitico, costituito da quattro camere sepolcrali e altre aree rituali.
Tutte le camere sepolcrali presentavano pavimentazione di pietre e un deposito di resti umani.
La camera 132, la più meridionale, misura 1,80 x 1 m ed è intaccata lungo il lato est da lavori
di cava risalenti all’età romana. Al suo interno sono state individuate 187 ossa sparse,
riconducibili a un numero minimo di 9 individui. Parallela alla 132, la camera 133 misura
1,95 x 1, 10 m ed è addossata alla parete rocciosa opposta. Frammenti di travi di quercia
bruciate lungo il perimetro della pavimentazione potrebbero far pensare a una camera
sepolcrale lignea bruciata. Ha restituito ossa sparse di un minimo di 5 individui
successivamente ricoperte da uno stato di pietre. Appena fuori dalla camera, sul lato sud, una
sepoltura primaria di infante a cista litica chiusa da una lastra di pietra rappresenta l’unica
sepoltura singola della necropoli. La sua relazione stratigrafica con la struttura 133 non è
ancora del tutto chiara. Poco più a nord vi è la camera 134, di 2 x 1 m, anch’essa con il lato
orientale al limite della cava romana poiché in linea con la camera 132. Ha restituito un primo
piano pavimentale con resti ossei di almeno 2 individui e al di sopra un secondo pavimento in
pietre. La camera più settentrionale, la 135, si trova in linea con la 133 e misura 1,75 x 1 m.
Ha restituito una pavimentazione con deposizione di ossa di almeno 7 individui. Tra le camere
135 e 133 sono stati individuati altri due ambienti: una piccola buca interpretata come fossa di
cremazione in quanto colma di ossa bruciate e una piccola piattaforma con semi e frutti
combusti. Secondo l’interpretazione di Barfield le camere non furono in uso
contemporaneamente ma sarebbero state disusate in almeno due momenti distinti (prima
quelle a sud e poi quelle a nord) con la costruzione di piattaforme litiche sopra di esse.
Il Riparo Cavallino è interessato da una parete rocciosa aggettante per circa 3,5 m e da uno
spazio sottostante che attesta una frequentazione più o meno continua, e con utilizzi differenti,
dal Mesolitico all’epoca contemporanea. Il livello eneolitico è caratterizzato da una prima fase
di sfruttamento di due nicchie della parete rocciosa che hanno restituito ossa umane, in
prevalenza ossa piccole quali carpi/metacarpi e tarsi/metatarsi, non in connessione anatomica.
A una seconda fase si deve la creazione di due ambienti approssimativamente rettangolari e
sempre addossati alla parete rocciosa, allineando pietre di diverse dimensioni a creare dei
muretti di delimitazione. L’ambiente principale, di 2 x 1,5 m, inglobava le nicchie naturali del
livello precedente. Ha restituito ossa umane e animali verosimilmente deposte in modo
selettivo: ossa lunghe nelle depressioni della roccia, crani nelle nicchie annessi a resti
ceramici e ossa animali concentrate all’entrata. L’altro ambiente, più piccolo, si trova a sud ed
è diviso in due spazi da una lastra posta di taglio, ai lati della quale sono stati individuati, oltre
a ceramica e perline di collana, frammenti di cranio e altre ossa. Nella porzione settentrionale
dell’ambiente sono state individuate ossa e punte di freccia con peduncolo, entrambe bruciate.
Al di sopra di questi resti, in un momento successivo e ad entrambi i lati della lastra, sono
stati deposti due cumuli di frammenti ossei bruciati. Infine, i depositi sono stati coperti da uno
strato di pietrame. Il riparo fu frequentato occasionalmente circa un millennio dopo, come
testimoniano sporadiche evidenze di Bronzo Medio e Finale.
Gli oggetti rinvenuti assieme alle ossa sono da considerarsi più materiali rituali o offerte
che veri e propri corredi. Le perline rinvenute all’interno del deposito sepolcrale bruciato del
Riparo Valtenesi si presentano intatte, dunque potrebbero essere considerate come parti di
collane depositate successivamente come offerte. Analogamente, le quattro camere mortuarie
di Valtenesi e le due camere riferibili alla seconda fase di utilizzo di Riparo Cavallino hanno
restituito perline di collana prive di segni di bruciatura e concentrate in punti precisi.
La ceramica è considerata come materiale rituale, verosimilmente connessa a riti che
prevedevano la rottura intenzionale dei vasi. Dalla camera 133 provengono 80 frammenti
ceramici i quali appartengono a 3 vasi che si suppone siano stati deposti integri e poi
frammentati nelle fasi successive di utilizzo.
La presenza di industria litica, invece, è di non chiarissima interpretazione in quanto a
Riparo Cavallino sono state individuate numerose schegge, le quali porterebbero ad ipotizzare
che gli strumenti litici venissero scheggiati in loco,cosa che non sembra propriamente in
diretta relazione con l’uso funerario e rituale del sito.
Gli unici oggetti realmente interpretabili come vero e proprio corredo sono quelli rinvenuti
nella tomba singola di infante del Riparo Valtenesi, costituito da 7 perline di calcite, 4 di
steatite, una lama e una scheggia ritoccata in selce, una vertebra di pesce e un frammento di
ceramica grossolana.
Le datazioni radiocarboniche effettuate su resti ossei di Manerba suggeriscono un uso
sepolcrale e rituale dell’area compreso tra il 3000-2800 e il 2900-2600 a. C.; la datazione
relativa sulla base dei materiali rinvenuti in entrambi i siti conferma una frequentazione nella
prima metà del III millennio a. C.
I Ripari Valtenesi e Cavallino presentano le tipiche caratteristiche di luoghi cultuali
coinvolti in complessi rituali funerari che implicano fenomeni di manipolazione delle ossa. La
deposizione secondaria è l’ultima fase di un rituale che, in base alle conoscenze
dell’antropologia culturale e dell’etnografia comparata, prevede un periodo di attesa per il
defunto durante il quale si distacca completamente dal mondo dei vivi. Questo periodo, che
può durare da pochi giorni ad anni, è caratterizzato dunque da una serie di riti di passaggio dal
mondo dei vivi al mondo dei morti al fine di privare il corpo dei tessuti molli, attraverso
l’esposizione all’esterno, la deposizione temporanea o la scarnificazione. La sepoltura vera e
propria andrà ad interessare alla fine solo le ossa, e solo allora il passaggio potrà dirsi
completato poiché presso molti gruppi umani le ossa, essendo l’unica parte del corpo che si
conserva, sono le uniche degne di essere sepolte nella dimora definitiva.
Le nicchie naturali del Riparo Cavallino, data la presenza di numerose ossa
carpali/metacarpali e tarsali/metatarsali, sono state individuate come un luogo di sepoltura
primaria appurato che, al momento dello spostamento delle ossa, queste sarebbero state di
difficile recupero date le loro esigue dimensioni e la quantità. Nella seconda fase si assiste ad
una monumentalizzazione del sito, che viene organizzato in due spazi, i quali assumono
l’aspetto di camere mortuarie di deposizione secondaria. I resti cremati del Cavallino
provenivano verosimilmente da un altro sito, forse adibito a questa funzione, in quanto non si
evidenziano tracce di combustione.
Il sito di Manerba, invece, non mostra i segni di deposizioni primarie (eccezion fatta per la
tomba dell’infante) e si presenta come un insieme di camere mortuarie di deposizione
secondaria presumibilmente cadute in disuso, in momenti diversi, con la costruzione di
piattaforme. La fossa per le cremazioni di Riparo Valtenesi, di dimensioni troppo ridotte per
poter contenere corpi interi, è stata identificata come luogo adibito a bruciare ossa già
scarnificate e disarticolate.
In conclusione, si evince che questo tipo di sepolture, con il rituale della manipolazione e la
deposizione secondaria collettiva priva o quasi di corredo, contribuiscono alla perdita
dell’identità sociale dei singoli.

 

Bibliografia:
Barfield L. H., (a cura di), 2007, Excavations in the Riparo Valtenesi, Manerba 1976-1994,
Origines, Firenze.
Barfield L. H., Buteux S., Bocchio G., 1995, Monte Covolo, una montagna e il suo passato.
Ricerche archeologiche 1972-1994, Birmingham University Field Archaeology Unit.
Fedele F., La società dell’Età del Rame nell’area alpina e prealpina, in De Marinis R. (a cura
di), L’Età del Rame. La pianura padana e le Alpi al tempo di Otzi, Brescia 2013, p. 54.
Roncoroni F., Le sepolture secondarie e collettive in ripari sotto roccia nel Bresciano, in De
Marinis R. (a cura di), L’Età del Rame. La pianura padana e le Alpi al tempo di Otzi, Brescia
2013, p. 405-420.

 

Melania Marcogiuseppe

 

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