Orlo e collo di anfora (foto di M. Marcogiuseppe).

 

Le anfore erano contenitori adibiti al trasporto di derrate, in special modo vino e olio e occasionalmente salse di pesce, olive, conserve di frutta, oli e unguenti.
Venivano eseguite al tornio in parti separate (corpo, collo + orlo, puntale, anse) e assemblate tra di loro quando l’argilla era ancora modellabile. Subivano poi un processo di essiccamento in ambiente areato e infine venivano cotte in una fornace.
La loro forma risponde ad alcune regole fisse dettate da esigenze funzionali (che in taluni casi ne determinano la specializzazione a seconda del contenuto): imboccatura sigillata con tappi di sughero, pozzolana o terracotta sigillati con pece; collo basso e corpo ampio e capiente nelle olearie; collo alto e corpo snello e allungato nelle vinarie; anse arcuate e robuste per il sollevamento dell’anfora piena; terminazione a puntale o a fondo piatto.
La morfologia del fondo è indicativa del tipo di commercio al quale il contenitore era destinato: trasmarino a lungo raggio nelle anfore a puntale (la cui forma era propriamente funzionale allo stivaggio nelle navi) e regionale nelle anfore a fondo piatto (la cui forma rispecchiava invece la necessità di un contenitore di dimensioni ridotte).
A giusta ragione considerate i principali “fossili guida” dell’economia antica, le anfore sono in grado di segnalare tanto l’esistenza di rotte commerciali quanto la presenza di centri di produzione di tipo agricolo o marittimo con surplus destinato alla vendita. L’individuazione di una produzione di anfore in una determinata area geografica offre spunti di discussione di più ampio raggio sulle potenzialità economiche della zona, sulle caratteristiche ambientali e sui contatti con altri siti.
Gli impianti di produzione delle anfore nascono in siti che oltre ad avere rapporti con strutture agricole in grado di produrre il surplus da destinare alla commercializzazione, garantivano la reperibilità delle materie prime (vicinanza a cave di argilla) e l’accessibilità diretta (prossimità di approdi per le navi) o indiretta (vicinanza a corsi d’acqua) al mare.
L’origine geografica di un’anfora è suggerita da una combinazione di dati derivanti in primo luogo dall’analisi della tipologia e dell’impasto e, qualora presenti bolli o tituli picti, dallo studio epigrafico.
Le produzioni più antiche che si riscontrano in area tirrenica si riferiscono alla famiglia denominata greco-italica che si presenta come una diretta evoluzione dei contenitori di area siceliota e magnogreca di IV secolo a. C. L’estrema complessità di studio di questa classe, i cui componenti si presentano eterogenei per origine e cronologia, ha fatto emergere la necessità di distinguere due gruppi: le greco-italiche antiche, diffuse tra la fine del IV e il III secolo a. C. in Magna Grecia, Sicilia ed Etruria e le greco-italiche recenti, che fanno la loro comparsa intorno all’ultimo quarto del III secolo a. C., in concomitanza con il consolidamento della presenza romana in quelle zone, ponendosi di fatto come i primi contenitori di ambiente completamente romanizzato.
Nella morfologia di queste ultime si può leggere la trasformazione socio-economica avvenuta dopo la seconda guerra punica. Con il principio del II secolo a. C., accresciuta la disponibilità di manodopera servile, vennero a crearsi le condizioni per lo sviluppo di un’agricoltura di tipo estensivo: i proprietari terrieri si ritrovarono con un’elevata quantità di surplus da destinare alla commercializzazione e da qui nacque l’esigenza di un contenitore da trasporto resistente e morfologicamente funzionale allo stivaggio grazie alla terminazione a puntale.
L’intensificarsi dei traffici, a partire dal terzo quarto del II secolo a. C., portò ad un’evoluzione morfologica della greco-italica recente che cedette gradualmente il passo alla Dressel 1, contenitore di dimensioni maggiori, con anse più robuste e puntale pieno.
Il passaggio avvenne in concomitanza con la creazione della provincia della Gallia Narbonese dalla quale crebbero ulteriormente le opportunità di commercio dei prodotti italici. Venne dunque a crearsi progressivamente un sistema centrifugo di flussi commerciali che dall’Italia muovevano verso le province e del quale i principali protagonisti furono i vini italici di lusso come il Falerno e il Cecubo.
Intorno al 70 a. C. comparvero nuove forme che dapprima affiancarono e successivamente sostituirono, alla metà del I secolo a. C., la Dr. 1: si tratta di quei contenitori che nella classificazione di H. Dressel sono contrassegnati dai numeri da 2 a 4, non facilmente distinguibili tra loro e quindi denominati universalmente Dressel 2-4. Essendo più leggere e più capienti delle precedenti, le Dressel 2-4 sono caratterizzate da un rapporto nettamente più vantaggioso tra peso a vuoto e capacità. Le Dressel 2-4, la cui diffusione copre le età augustea e giulio-claudia, vennero prodotte in molti centri anche provinciali, in special modo gallici e iberici, configurandosi di fatto come il risultato del coinvolgimento dell’autorità imperiale, intesa come organizzazione politica, militare e fiscale, nell’integrazione economica delle province. Il risultato fu un’inversione dei flussi che da centripeti divennero progressivamente centrifughi: le merci prodotte nelle province tesero a convergere nei mercati italici, da un lato soppiantando un declino delle produzioni vinarie tradizionali e dall’altro appagando le crescenti richieste della città di Roma.
Alla fine del II secolo d. C., in concomitanza con una crisi politica ed economica, si riscontra nei centri produttivi italici una graduale tendenza alla regionalizzazione: nel centro interno e nel centro-nord adriatico della penisola compaiono contenitori di dimensioni ridotte a fondo piatto, indicatori di un commercio a media e breve distanza privilegiante i mercati locali e regionali a discapito di quelli trasmarini; in area tirrenica sopravvivono anfore di forma Dressel 2-4 ma anche in questo caso lo smercio sembra essere a carattere regionale, mentre il commercio interregionale pare limitato a Ostia e Roma.
L’età severiana vede l’instaurarsi dell’egemonia commerciale africana, la flessione delle produzioni galliche e iberiche e il ristagno di quelle italiche: nessuna nuova forma viene creata, eccezion fatta per l’anfora di Empoli nell’Etruria settentrionale interna. Le produzioni italiche tardoantiche sono limitate a contenitori di piccole dimensioni e a fondo piatto: in area tirrenica è documentata, in contesti di V-VII secolo di Roma e Napoli, l’anfora Crypta Balbi 2.

Melania Marcogiuseppe

 

Bibliografia:
-Bertoldi T., Guida alle anfore romane di età imperiale. Forme, impasti e distribuzione, Espera, Roma, 2012.
-Bruno B., Le anfore da trasporto, in Gandolfi D. (a cura di), La ceramica e i materiali di età romana. Classi, produzioni, commerci e consumi, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2005, pp. 353-394.
-Carandini A., L’economia italica fra tarda repubblica e medio impero considerata dal punto di vista di una merce: il vino , in Anfore romane e storia economica: un decennio di ricerche, Atti del Colloquio (Siena 1986), Roma, 1989, pp. 505-521.
-Iavarone S., Olcese G., Le anfore Dressel 2-4 di produzione tirrenica: una proposta di progetto archeologico e archeometrico, in (a cura di) Olcese G., Ricerche archeologiche, archeometriche e informatiche per la ricostruzione dell’economia e dei commerci nel bacino occidentale del Mediterraneo (metà IV secolo a. C.-I secolo d. C.), Atti del Convegno (Roma 2011), Edizioni Quasar, Roma, 2013, pp. 221-226.
-Lamboglia N., Sulla cronologia delle anfore romane di età repubblicana (II-I a. C.), in Rivista di Studi Liguri, An. 1955, Num. XXI, pp. 241-270.
-Murialdo G., Le anfore tra età tardoantica e protobizantina (V-VII secolo), in Gandolfi D.  (a cura di), La ceramica e i materiali di età romana. Classi, produzioni, commerci e consumi, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 2005, pp. 395-406.
-Olcese G., Le anfore greco-italiche di Ischia: archeologia e archeometria. Artigianato ed economia nel Golfo di Napoli, Edizioni Quasar, Roma, 2010.
-Panella C., Le anfore italiche del II secolo d. C., in Anfore romane e storia economica: un decennio di ricerche, Atti del Colloquio (Siena 1986), Roma, 1989, pp. 139-178.
-Panella C., Le anfore di età imperiale del Mediterraneo occidentale, in Lévéque P., Morel J. , in Lévéque P., Morel J. P., Céramiques hellénistiques et romaines III, Presses Universitaires Franc-Comtoises, Parigi, Comtoises, Parigi, 2001, pp. 177-275.

Fonti delle immagini:
1 – Greco-italica antica o Vandermersch MGS IV (Olcese 2010, p. 51, tav. 3).
2 – Greco-italica recente o Vandermersch MGS VI (Olcese 2010, p. 57, tav. 9).
3 – Dressel 1 nelle varianti A, B e C (Lamboglia 1955, pp. 247-248, rispettivamente figg. 3, 4 e 5).
4 – Dressel 2-4 vesuviana di tipo C (Iavarone, Olcese 2013, p. 222, fig. 2).
5 – Anfora Cripta Balbi 2 (Murialdo 2009, p. 402, tav. 5).

Tavole

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