Vaso attico a figure rosse raffigurante un rito religioso (foto presa da Pinterest utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

Quante volte la storia greca si declina al femminile? Molto poche. Al contrario, molti testi letterari, dall’età arcaica all’Ellenismo, vedono primeggiare una o più donne. Basti pensare, infatti, ad Antigone, a Medea e alle altre eroine di Sofocle e di Euripide, ma anche alle battagliere protagoniste di alcune commedie aristofanesche. Tuttavia non è solo il teatro tragico e comico a portare alle luce le infinite sfumature dell’universo muliebre[1].

Anche se le testimonianze sono scarse, risulta quasi certa la presenza di donne saccenti all’interno del mimo del siracusano Sofrone[2]. Altrettanto petulanti risultano i due personaggi femminili dell’idillio XV di Teocrito (315-260 a.C. circa), Le Siracusane o Le donne alla festa di Adone.

La trama del componimento è piuttosto lineare: Gorgò e Prassinoa si recano a una celebrazione in onore di Adone affrontando gli ostacoli di una variopinta metropoli ellenistica, Alessandria d’Egitto al tempo di Tolomeo II. Su questo sfondo molto simile alle città di oggi, spicca il carattere delle due amiche, spesso contrapposto e per nulla stereotipato.

Prassinoa è dinamica e risoluta e non si fa scrupoli a rimproverare la pigrizia della serva e l’inettitudine del marito, denigrato davanti al figlioletto con toni assai sbrigativi[3].

Le sue espressioni scandalizzano Gorgò, più timida e conformista, anche se non manca di mostrare una certa insofferenza verso il coniuge. Dà prova, inoltre, di una certa civetteria quando guarda e commenta, non senza una punta d’invidia, la veste elegante di Prassinoa. Quest’ultima risponde con una certa noncuranza e un velato snobismo focalizzandosi sul costo dei tessuti e sulla fatica profusa nel cucirli[4].

Il carattere delle due emerge anche durante il tragitto verso il tempio. Come ci si potrebbe aspettare, è l’intraprendente Prassinoa ad assumere il ruolo di guida della piccola comitiva, mentre Gorgò appare più propensa a farsi condurre in mezzo alla calca dall’amica e a lasciarle rispondere per le rime a un passante scortese. Il discorso di Prassinoa, pronunciato non a caso in dialetto dorico, ha un tono campanilistico e orgoglioso della loro comune origine sicula[5].

Se ella è a proprio agio in mezzo alla folla vociante e allo sferragliare dei carri, Gorgò, invece, apprezza di più l’abilità canora della sacerdotessa al tempio. Qui interrompe bruscamente il cicaleccio dell’amica, che copre le dolci note del componimento. Bastano poche parole sussurrate perché avvenga il riscatto dalla sua precedente subordinazione psicologica[6].

Ora è dunque Gorgò in primo piano nella narrazione. Sarà lei, infatti, a commentare la performance utilizzando un linguaggio aulico.  Mantenendo la stessa solennità, esorta, infine, l’ormai muta Prassinoa ad adempiere ai doveri coniugali, secondo quanto sancito dalle consuetudini dell’epoca.

 

Alessandra Martinello

 

[1] Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pag.258.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pag.259.

 

Bibliografia

Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pp. 258-259.

 

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