L’immagine è presa da: https://it.wikipedia.org/wiki/Claudio, utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

“Prima di lui, Roma era stata una grande città con qualche colonia sparsa qua e là. Soltanto lui aveva fondato l’Impero.”[1] Così Bertold Brecht descriveva Giulio Cesare, ma non è lui il protagonista di questa breve analisi, quanto uno dei suoi successori: Claudio. Ma allora perché iniziare questo lavoro con questo elogio a Cesare? Le ragioni stanno nell’idea di creazione di Impero, che di fatto, in realtà fu un processo lungo. Imperium è il potere militare, autorità di cui godevano i consoli e altre magistrature in età repubblicana, ma che di fatto passeranno in mano ad una figura unica con l’avvenuta di Augusto. Tuttavia per poter parlare di Impero dobbiamo considerare come presupposto del potere del singolo, le armi, cosa che Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio o Nerone ancora non hanno, o meglio non dipendono esclusivamente da esso. Della dinastia Giulio-Claudia è corretto parlare di principato, perché queste figure fondavano il loro potere, si sull’esercito, ma soprattutto sul titolo di Princeps senatorum, ossia primo del Senato. Questa breve introduzione per accattivare quanto segue: la storia dell’Imperatore balbuziente.

Seneca dedica a Claudio la Zucchificazione, o Apologia della Zucca (Apokolokyntosis)[2], un testo dichiaratamente ironico e provocante, che descrive l’incapacità di un’autorità, che a differenza dei suoi predecessori divinizzati, viene, appunto, zucchificato. Si tratta di un testo che mette in luce la debolezza della figura di Claudio, che tuttavia negli anni è stato riabilitato[3]. Claudio lo si può oggi trattare come un vero genio politico, autore di una profonda rivoluzione delle istituzioni dell’Urbs, e fautore dell’ultimo vero salto verso l’Impero, dell’accentramento del potere nelle sue mani.

Non mancano le similitudini con Augusto, tuttavia l’unicità della figura di Claudio si rispecchia nella sensibilità emotiva, frutto probabilmente delle esperienze giovanili. Nasce a Lione nell’agosto del 10 a.C., da Druso e Antonia Minore, mentre il primo era impegnato in Gallia per il censimento. Trascorre buona parte della sua adolescenza sui libri, e spesso vive da recluso, invalidato dalle frequenti malattie che lo costringono a vivere coperto da un velo, verrà seguito da un tutore ben oltre il raggiungimento della maggiore età[4]. Sorvolando la figura del padre, Druso, che denota comunque una certa importanza nella famiglia augustea, concentriamoci sul figlio scelto per essere imperatore senza nessun apparente merito: Svetonio non tarda a portare all’attenzione dei lettori la sua discontinuità, la sua incoerenza nel privato che poi si trasla anche nella vita politica di tutto il paese: “Nei processi e nei giudizi fu estremamente variabile: ora sagace e circospetto, ora inconsulto e precipitoso, ora frivolo e quasi folle.”[5]. Claudio si mostrò essere molto incoerente nelle scelte, e soprattutto verso le tradizioni e le competenze dei vari ministeri, addossandosi incarichi e deliberando su temi che a lui non spettavano[6]. Ma la lista di contrarietà che caratterizzarono la sua carriera politica è ben più lunga, e Svetonio non manca di farla ben presente nelle righe successive a quelle sopra portate.

Claudio ridiede vita al ministero della censura che praticò lui stesso, dopo circa settant’anni di stallo. La figura del principe è controversa anche per queste ragioni, se da un lato il suo comportamento mostrava timore e discontinuità, anche ideologica, da un lato mette in luce anche una forte preparazione teorica, non è un caso infatti che spesso si ritorni sull’istruzione che l’Imperatore ebbe. Va annotato infatti il caso emblematico in cui in una sola giornata Claudio bandì 20 editti[7], cosa che mostra quanto meno una coscienza politica. Non fu un grande uomo militare, della sola campagna che intraprese ne tornò trionfante sei mesi dopo, tuttavia mostrando insofferenza verso i reali eroi di quella campagna, che li seguirono a piedi e con tenuta modesta rispetto l’imperatore, solo la moglie, Messalina seguì il cocchio su di un carro. Claudio fu un imperatore atipico, lo dimostra il fatto che sedette nel banco dei tribuni o tra i seggi dei consoli[8], ma cosa ancora più eclatante fu la nomina a senatore del figlio di un liberto[9], ponendo come sola condizione che fosse adottato da un cavaliere romano[10]. Sulla sensibilità dell’Imperatore verso i liberti e gli schiavi è giusto aggiungere alcune parole. Nel libro di Silvano Faro[11], si parla di un editto emanato in data incerta e riportato da varie fonti come Svetonio, ma anche minori quali Modestino, in cui si parla del dovere dello Stato di prendersi cura degli schiavi ammalati, lo schiavo “ottiene la libertà senza manomissione se trasportato fuori casa e lasciato senza cure in luogo pubblico”[12], un fatto alquanto unico, che mostra senza ombra di dubbio una benevolenza quanto meno insolita per il ritratto dell’Imperatore che siamo soliti trarre dalle fonti. Svetonio aggiunge “se qualcuno, poi, avesse ucciso il proprio schiavo invece di esporlo, sarebbe stato processato per omicidio”[13], un fatto ancor più unico, sebbene prevedesse la clausola dello “schiavo ammalato”, rimane comunque un grande passo in avanti nel tema della sensibilità sociale. Tutto questo sicuramente mette in luce un aspetto che non deve essere secondario nell’analisi della figura di Claudio ossia la sua sensibilità nei confronti degli emarginati, dei “secondi”, che si rispecchierà in una perenne lotta tra lui e la classe aristocratica, o patrizia, incarnata dal Senato Romano, che vedremo avrà non pochi contrasti con il Principe.

Il perenne confronto princeps – senato porterà Claudio ad un accentramento sempre più marcato del suo potere, trasformando il Senato in una camera consultiva che di fatto non faceva che approvare quanto esprimeva il principe, mentre le sale del governo si spostarono nella residenza imperiale, dove la corte, composta dalle figure di maggior spicco della società romana suggerivano le “manovre” da attuare. Il progressivo sconvolgimento del ruolo del Senato non poteva tuttavia essere attuato con forza, ma necessitava di una rivoluzione interna alla Curia, che passava dall’ingresso in Senato di figure fedeli al princeps: l’introduzione al cursus honorum dei galli comati, così come Augusto aveva fatto in occasione della Iuratio Italiae et provinciarum del 32 a.C..

Come si può ben intuire troppo spesso il fine giustifica i mezzi nel mondo romano, e sicuramente il pragmatismo ha guidato Claudio come prima aveva guidato Augusto con l’infelice risultato che gli aspetti umani che risiedevano nelle loro grandi rivoluzioni passassero in secondo piano. Ma non vanno ignorati, resta infatti una questione aperta la sensibilità che queste grandi figure della Storia potessero avere.

Tuttavia, con le fonti in nostro possesso, e l’incapacità di ricostruire nella pienezza l’accaduto, non possiamo che dubitare anche di questo: “…come progenitori della gente romana, e in questa occasione diede lettura di un’antica lettera in greco, in cui il Senato e il popolo promettevano a re Seleuco l’alleanza e l’amicizia del popolo romano, se egli avesse esentato gli abitanti di Ilio da ogni tributo come loro consanguinei.”[14]. Il fatto che Claudio usi motivazioni così ricercate, così storicamente forti, mi spingono a credere che le uniche ragioni che guidano la mente del principe siano legate all’utilità ultima della cosa, che nel caso della Gallia (il riferimento e alla Tavola di Lione) riguarda la formazione di una classe senatoria nuova fedele a lui e lui soltanto, cade davanti a quanto citato poco sopra, dove la remissione dei tributi per la città di Ilio certamente non porta vantaggi così evidenti, ma apre la stagione dell’amore verso l’Oriente, che culminerà con Adriano.

Proviamo allora a trarre delle conclusioni da questo lavoro: la figura di Claudio, un genio politico, che nonostante la sensibilità, nonostante la particolare emotività, riuscì a trasformare il principato in Impero, o almeno a dare una forte e decisiva spinta in questa direzione. Ma lo fa con la consapevolezza di dover passare per il Senato, per l’effettivo potere legislativo, che nonostante la trasformazione principesca della repubblica, non perse mai il suo ruolo più o meno attivo nella città. A riguardo trovo estremamente interessante il richiamo ad un confronto con il Senato della età monarchica[15], che altro non era se non l’assemblea consultiva del rex, che deliberava sotto forma di consigli (consulti), che guarda caso in età repubblicana diventerà la forma di legiferare della Curia: i Senatus Consultum. La parentesi del governo da parte del Senato, con l’evoluzione del potere dalle mani dei padri, fino ai Tribuni della plebe, venne sconvolta nuovamente con l’avanzare delle pretese dei principi, i quali, come spesso Augusto affermava,  fondavano appunto il loro potere sull’auctoritas[16], conferitogli appunto col titolo di princeps senatorum, e non con l’imperium: per quello dovremmo aspettare il 69 d.C., anno in cui saranno gli eserciti a nominare l’imperatore, a svantaggio delle cospirazioni di palazzo che videro toccare Caligola, Claudio e Nerone.

 

Davide Ricci

 

[1] B. Brecht, Gli affari del signor Giulio Cesare, Torino, Einaudi, 2015, p.9

[2] L. A. Seneca, Apokolokyntosis, a cura di G. Vannini, Milano, Mondadori, 2008.

[3] Ultimo fra tutti: P. Boungiorno, Senatus consulta claudianis temporibus facta Una palingenesi delle deliberazioni senatorie dell’età di Claudio (41 – 54 D.C.), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, Università del Salento, 2010.

[4] Fonte principale possiamo considerare Svetonio, Vita dei Cesari, Claudio. Ma non si ignori Tacito, Annali, XI e altri.

[5] Svetonio, Vita dei Cesari, Claudio, 15.

[6] Ibidem, Claudio, 15, “…che dichiarava che tale vertenza non era di competenza dell’imperatore ma della magistratura ordinaria, fu da lui costretto a dibattere subito, in sua presenza, quella causa per dare, in una vertenza propria, dimostrazione di quale giusto giudice sarebbe stato nelle cause altrui.”.

[7] Ibidem, Claudio, 16.

[8] Ibidem, Claudio, 23.

[9] Ibidem, Claudio, 24.

[10] Ibidem, Claudio, 24.

[11] Silvano Faro, La libertas ex Divi Claudii edicto Schiavitù e valori morali nel I secolo D.C..

[12] Ibidem, pag. 43.

[13] Svetonio, Vita dei Cesari, Claudio, 25.

[14] Ibidem, Claudio, 25.

[15] Plutarco, Vite parallele, Romolo, 13

[16] A riguardo Roda, Il Senato nell’alto impero romano, in Il Senato nella Storia, Roma, Istituto poligrafico e zecca dello Stato, 1998.

 

Il Gruppo Storiavera non vuole in alcun modo violare la proprietà intelletuale di altri enti o il copyright. Qualora i contenuti di questo sito violassero questi diritti, il Gruppo lo ha fatto in modo inconsapevole. Per chiarimenti ed eventuali rimozioni del contenuto, si prega gli interessati di contattare il Gruppo all’indirizzo e-mail: gruppostoriavera@gmail.com

The Gruppo Storiavera doesn’t in any way violate the intellectual property of other entities or copyright. If the contents of this site violate these rights, the Group did so unconsciously. For clarifications and possible removal of the content, please contact the Group at the e-mail address: gruppostoriavera@gmail.com

You may also like

Regio VII Etruria Stato e Sviluppo delle terre degli Etruschi in Età Romana (Parte III: Demografia e Urbanizzazione)
Regio VII Etruria Stato e Sviluppo delle terre degli Etruschi in Età Romana (Parte II: Divisione Amministrativa e Sistema Viario)
La datazione delle tragedie euripidee: quando il greco si tinge di giallo

srsolivagus

Lascia un commento