Medea e gli Argonauti, Anselm Feuebach, 1870. Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

Il mito greco conta molte figure femminili: Penelope, Antigone, Elena, Fedra… Ma è Medea, a mio avviso, ad esercitare la maggiore suggestione nell’immaginario collettivo del mondo occidentale.

Fin dai tempi più remoti: nelle antiche saghe, oggi perdute, era sovrapponibile alla magia Circe. Entrambe erano considerate delle emanazioni della cosiddetta ‘Grande Madre’, signora della natura, nonché espressione del potere vitale e contemporaneamente distruttivo dell’elemento femminile[1].

Questa inquietante ambivalenza di Medea si manifesta specialmente nelle vicende degli Argonauti, vicende in cui la giovane è al contempo vittima e carnefice, ragazza ingenua e astuta calcolatrice.

Il labile confine fra colpa e innocenza è analizzato soprattutto da Euripide, che arricchisce la figlia di Eeta di tratti psicologici estranei alla tradizione mitica, ma anticipatori di una sensibilità tutta ellenistica[2].

Ciò che ne risulta è un personaggio dinamico e a tutto tondo, lontano dalle rigide stilizzazioni del mito. Alla tragedia euripidea si ispira, qualche secolo più tardi, Apollonio Rodio nelle Argonautiche.

La sua Medea lascia intravedere fin da ragazzina ciò che è destinata a diventare: una donna capace di amare e odiare in maniera sconfinata e travolgente al punto da sacrificare ai suoi sentimenti il frutto del proprio grembo materno.

La prima tappa di questo percorso di formazione la vede trafitta dagli infallibili dardi di Eros. In seguito, la giovane non è più ignara delle gioie e dei tormenti amorosi. Tutt’altro. È vittima, infatti, di un lacerante conflitto interiore che la porterà a un passo dal suicidio[3].

Medea, tuttavia, non si arrende alla morte, ma consegna la sua anima e il suo corpo a Giasone. La passione che nutre per l’eroe degli Argonauti è descritta da Apollonio Rodio nei suoi effetti fisici e psichici, in un dialogo a distanza con Saffo[4].

Da questo momento la fanciulla non esiterà a tradire il padre e la patria. Atto che viene suggellato definitivamente quando il sangue del fratello Apsirto ucciso le macchia il peplo bianco. Questo cruento rito di passaggio è accentuato da un evidente simbolismo cromatico[5]. L’amore rosso sangue vince e contamina il candido pudore.

Ma Apsirto non è l’unico a morire. Insieme con lui perisce un mondo di tenerezze e affetti, di una quotidianità semplice,ma appagante.

Al contrario, si spalanca una voragine popolata di creature mostruose e pervasa da forze spaventose, che solo una maga può evocare e dominare.

Sarà questa nuova Medea a valicare con Giasone i flutti marini, recando con sé il suo devastante potere.

 

Alessandra Martinello

 

Bibliografia

Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pp. 192-193.

 

[1]Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pag.192.

[2]Ibidem.

[3]Ibidem.

[4]Sapph.,fr. 31 Voigt.

[5]Casertano M., Nuzzo G., Storia e testi della letteratura greca, III,1, Città di Castello 2004, pag.193.

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