Foto del chiostro dell’abbazia di Santa Maria la Nuova di Monreale (foto di G. Spitaleri).

 

La nascita del monachesimo in Sicilia appare ancora oggi incerta. Nonostante la fondazione di alcuni monasteri di rito latino già prima del VI secolo, dei quali disponiamo notizie certe solamente in documenti risalenti all’epoca di papa Gregorio Magno, è con la migrazione delle popolazioni dell’est e la violenta persecuzione iconoclasta degli imperatori orientali tra il VII e l’VIII secolo che vennero fondati nuovi monasteri di tradizione greca. I monaci greci, rifugiatesi in Sicilia, trovarono un’isola già prettamente bizantina, caratteristica che persistette sino allo sbarco dei musulmani a Mazara nell’827. Con la conquista della Sicilia nel 1061 da parte dei normanni di Ruggero, numerosi furono, seppure in rovina, i monasteri basiliani che riuscirono a sopravvivere alla dominazione araba.

L’intento del Conte era quello di non fondare nuove abbazie, ma di restaurare quelle esistenti, così da imporre su di esse la latinizzazione del rito[1]. In quest’ottica può essere letta la fondazione del monastero di San Filippo di Fragalà, nell’odierna Frazzanò in provincia di Messina. Il monastero venne ricostruito sui resti di un piccolo cenobio bizantino dedicato a san Nicola, probabilmente un euktérion, che svolgeva la funzione di una vera e propria struttura monastica locale e privata abitata dall’abate-proprietario e dal suo nucleo familiare[2]. La piccola comunità aveva rappresentato un punto nevralgico per il controllo del territorio della Valdemone, considerata l’unico avamposto superstite della comunità cristiana in epoca musulmana. La nuova abbazia venne fondata nel 1090, su concessione di Ruggero, dal categumeno Gregorio, come è possibile desumere da un diploma dello stesso granconte del 1145, in cui vengono elencati tutti i privilegi che i normanni avevano concesso al cenobio fino al quel periodo[3]. Una testimonianza importante per la fondazione del cenobio è senza dubbio il tipikon, cioè il testamento del primo abate Gregorio, nel quale lo stesso proprietario descrive l’opera di riedificazione della chiesa, con la sua torre, e delle celle per l’alloggio dei confratelli. Al monastero venne inoltre imposta l’esenzione della supremazia vescovile, e gli furono affidate diverse proprietà territoriali che si estendevano sino alle pendici dell’Etna. Numerosi difatti erano i diversi metochi sparsi lungo la parte nord orientale della Sicilia, fra i quali il testamento ricorda quello della «Santa Madre di Dio di quel valorosissimo di Maniace»[4].

Le vicende della nascita e dello sviluppo dell’abbazia di Santa Maria di Maniace sono strettamente legate alla figura del protospadario bizantino Giorgio Maniace, che nell’estate del 1040 sconfisse le truppe arabe in una pianura vicino la città di Troina. Il generale, per memorare la sua vittoria, donò a quei luoghi un’icona della Theotókos, che secondo la tradizione venne dipinta da san Luca. L’icona rimase custodita all’interno di un’edicola o di una piccola chiesa, che in seguito alla riconquista degli arabi iniziò a decadere. Il piccolo monastero, ormai diruto, venne attenzionato dalla regina Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo il Malo e madre di Guglielmo il Buono, che probabilmente verso il 1173 fece restaurare e ampliare la chiesa affidandola all’ordine benedettino, il cui primo abate fu Guglielmo de Blois. Il cenobio godette anche di alcuni previlegi che lo esentavano dall’obbedienza verso la diocesi di Messina e nel 1178 gli venne concesso dal vescovo di Messina Nicolò, il totale controllo di alcune chiese ubicate nella Valdemone e la possibilità di poter fabbricare liberamente nuovi luoghi di culto in tutto il territorio diocesano.

Il monastero venne unito all’ abbazia di Monreale e, con due privilegi del 1177, l’abate e vescovo di Santa Maria di Monreale, Teobaldo, concedette la possibilità di avere libere elezioni. Il cenobio iniziò così ad acquisire maggior prestigio e divenne particolarmente importante per il controllo del territorio circostante[5]. Sappiamo da un documento molto posteriore, risalente al 1423, che il monastero era provvisto di diverse torri di difesa. Nel corso del XIII secolo i monaci continuarono ad acquisire più potere, tanto che iniziarono ad impadronirsi dei possedimenti che il cenobio di San Filippo amministrava nella zona chiamata di san Marchetto. I benedettini riuscirono a maltrattare e a tenere prigioniero per tre giorni un monaco basiliano, deviando anche le acque che alimentavano il mulino del piccolo possedimento di Santa Maria della Gollìa. L’abbazia iniziò nuovamente a decadere intorno al XIV secolo. Nel 1471 il monastero venne concesso in commenda al cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, che lo cedette nel 1491 all’ Ospedale grande e nuovo dei poveri di Palermo[6]. Con il terremoto del 1693, che colpì gran parte della Sicilia orientale, il monastero venne per la maggior parte distrutto e i monaci furono costretti a ritirarsi presso una chiesa dedicata a san Blandano, sita nella vicina città di Bronte.

Del monastero benedettino originario rimangono oggi poche testimonianze. L’ingresso della chiesa abbaziale era costituito da un arco a sesto acuto, ad oggi ancora visibile, scolpito con la raffigurazione di scene tratte dall’Antico Testamento e in particolare dalla Genesi. Secondo la testimonianza di Giovanni Angelo de Ciocchis, nel 1741 l’intero complesso era stato edificato seguendo la fisionomia del coevo convento di Monreale e possedeva una torre e un chiostro centrale dotato di una cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua.

Come si è detto precedentemente, l’abbazia di Maniace venne soggetta alla giurisdizione del vescovo e abate del monastero di Santa Maria la Nuova di Monreale. Quest’ultima nacque in seguito all’edificazione da parte di Guglielmo II, sulla collina di Monreale, di un nuovo luogo di culto che potesse contraddistinguersi dalla costruenda cattedrale della capitale del regno, che era stata distrutta parzialmente dal terremoto del 1169. Secondo la tradizione, il re un giorno si addormentò e gli apparve in sogno un tesoro nascosto proprio a Monreale, che disseppellì ed utilizzò per la costruzione del complesso monastico. In realtà si trattò di un modo per giustificare l’enorme quantità di denaro speso per l’edificazione dei due luoghi di culto. I lavori vennero iniziati nel 1172 e parzialmente terminati intorno al 1185. Contemporaneamente alla costruzione del duomo dedicato all’Assunta, Guglielmo promosse i lavori per la costruzione di un grande monastero, considerato il più grande di tutta la Sicilia[7]. La prima notizia sull’abbazia è possibile rintracciarla in un diploma del 1174, nel quale il vescovo di Messina Nicola esenta da ogni obbedienza al suo controllo il monastero di Maniace . Nello stesso periodo il Papa concedette altre numerose esenzioni e privilegi, elevando l’abbazia alla condizione di nullius. Su iniziativa dello stesso monarca venne inoltre colonizzato da alcuni monaci provenienti da Cava dei Tirreni, che seguivano la regola benedettina. Secondo la Cronaca di Cava, a seguito di una delegazione inviata da Palermo all’abate Benincasa, si decise di trasferire diversi monaci sotto la guida del primo abate di Monreale Teobaldo. Il monastero venne inoltre dotato di un grande chiostro, che ancora oggi è possibile visitare, perimetrato da una moltitudine di colonnine decorate[8]. Al cosiddetto Maestro della Dedica si deve la creazione del capitello in cui vi è rappresentato il re Guglielmo con la tipica corona degli imperatori bizantini, la kamelaukio, mentre dona il “modellino” della cattedrale alla Madonna con il Bambino assisa in trono.

 

Gabriele Spitaleri

 

[1]  L. T. White, Il monachesimo Latino nella Sicilia Normanna, Catania 1984, pp. 33-61.

[2] S. Pirrotti, Il Monastero di San Filippo di Fragalà (Secoli XI-XV) – Organizzazione dello spazio, attività produttive, rapporti con il potere, cultura, Palermo 2008, p. 41, p. 14.

[3] R. Pirri, Sicilia sacra: disquisitionibus et notis illustrata, I, Palermo 1773 (ed. anast. Sala Bolognese 1987), p. 1027.

[4] G. Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande archivio di Palermo, tradotte e illustrate,

Palermo, 1862, p. 197, pp. 211-213.

[5] C. A. Garufi, Catalogo illustrato del Tabulario di Santa Maria Nuova in Monreale, in Documenti per servire alla Storia di Sicilia, a cura della Società Siciliana per la Storia Patria, XIX, Palermo 1902, pp. 13-16.

[6] B. Radice, Il casale e l’abbazia di S.Maria di Maniace, in «Archivio Storico Siciliano»,n.s., 33, Palermo 1909, p.69.

[7] R. Santoro, Palermo e Monreale, Palermo 2015, p. 121, pp. 126-129.

 

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