Lingotti metallici’, Mostra “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, DamienHirst, Venezia (foto di M. Saracco)

 

Definire l’Archeologia e il suo scopo sembra un compito molto semplice: gli archeologi scavano la terra e riportano alla luce manufatti umani e naturali di molti anni fa per studiarli e comprendere meglio il passato. (Sì, si scavano anche i dinosauri … ma quella non è Archeologia, quella è Paleontologia!)

Vero! Sicuramente uno dei compiti dell’archeologia, e di conseguenza dell’archeologo, è quello di portare avanti le ‘campagne di scavo’ per ottenere dati e informazioni e formulare ipotesi ricostruendo e completando la linea del tempo.

È altrettanto ovvio, però, che non sono solo gli scavi archeologici il ‘campo di gioco’ dell’archeologo.

In quanto archeologi si è chiamati molto spesso a collaborare in ambiti di ricerca, studio o lavoro differenziati e che non sempre rientrano in quello che l’immaginario collettivo definisce proprio dell’archeologia; alle volte anzi sembrano davvero esulare dal solco accademico tradizionale.

Tratto ora di un esempio estrapolato dalla mia esperienza personale.

Di fronte a un’immagine come quella che accompagna quest’articolo, quanti di noi avrebbero giurato di star osservando la teca di un qualche museo archeologico?

Penso quasi tutti.

In fondo, la teca è uguale a quelle dei musei tradizionali e i reperti esposti, anche senza comprendere cosa possano essere, possono benissimo essere definiti antichi. Collegarli a qualche ritrovamento fatto in giro per il mondo, sarebbe l’ovvio nesso logico successivo.
(Svelo ai più curiosi che si tratta di lingotti di metallo utilizzati per produrre manufatti come armi o strumenti agricoli. Vengono fusi in questa forma per rendere più facile legarli assieme e trasportarli)

In realtà ci troviamo nello spazio espositivo di Punta della Dogana a Venezia (nessun museo archeologico) e stiamo osservando una delle tante opere di arte contemporanea (nulla di antico) realizzate da Damien Hirst nell’ultimo anno in occasione della sua mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable.

La realizzazione di tale mostra, basata proprio sul rapporto che si può creare tra contemporaneo e archeologico, è stata realizzata anche grazie a numerosi archeologi professionisti e a esperti di beni culturali, tra i quali lo stesso Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a dimostrazione del fatto che l’università, così come lo scavo, non sono gli unici contesti nei quali gli insegnamenti archeologici possano essere applicati.

Hirst inventa, infatti, la storia dell’antico naufragio di un trasporto colmo di ricchezze, la scoperta dell’ubicazione della nave perduta con tutti i suoi tesori e l’organizzazione di una grande missione archeologica per recuperarne il carico perduto in mare.

Se non fosse per il fatto che in alcune sale Hirst svela all’osservatore il suo completo coinvolgimento nella realizzazione delle opere (come nel caso del busto egizio con i tatuaggi di Rihanna o per via della presenza di un transformer giocattolo fra i reperti), si potrebbe davvero pensare, per come è organizzata e pensata la mostra, di trovarsi di fronte a uno dei più ricchi ritrovamenti archeologici moderni.

Non vi è nessun intento provocatorio nei confronti del mondo museale o dei beni culturali; anzi il significato del progetto è proprio quello di palesare al pubblico quanto il passato sia una fonte di ispirazione per il presente e come possa essere una lente per poter intravedere il futuro.

Ora, a mio parere, sarebbe interessante scoprire se anche tutti quei reperti sepolti nei magazzini dei musei archeologici, quindi parliamo di reperti ‘autentici’, possano avere lo stesso potere evocativo!

 

Matteo Saracco

 

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