Lato A (recto) del rilievo mitraico a due facce. Rinvenuto a Fiano Romano (vicino a Roma) nel 1926, è realizzato in marmo bianco con una base in travertino. Risale al II-III secolo d.C. (foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Un uomo con un bizzarro copricapo sgozza un toro, che, cieco dal dolore, guarda per l’ultima volta il cielo ed emette faticosamente suoni strozzati dalla gola trafitta. Con aria indifferente, lo sguardo perso nel vuoto, altri personaggi osservano la scena.

Un’inquadratura da film horror? Un quadro di gusto barocco o manieristico? No, niente di tutto ciò.  Si tratta dello schema tipico dei rilievi di tauroktonía (in greco “uccisione del toro”), rinvenuti in molte aree dell’Impero romano: lungo il confine danubiano e renano, oltre che nei dintorni dell’Urbe. Il gran numero di questi oggetti religiosi è indice dell’ampia diffusione, in epoca ellenistico-romana, del culto del dio Mitra.

Quest’ultimo ha un carattere misterico e prevede ben sette fasi per raggiungere la completa iniziazione. San Girolamo[1] le elenca.

Il primo periodo è quello del Corvo, talora sostituito da un uomo mascherato, e collocato sotto la tutela di Mercurio, araldo degli dei e traghettatore di anime. Venere, invece, domina il secondo stadio, ovvero quello del Grifone. Successivamente gli iniziati diventavano Soldati (Milites) e venivano, quindi, protetti da Marte. Il grado centrale era quello del Leone, simboleggiato dal fulmine e, per associazione di idee, posto sotto l’egida di Giove.

Il primo degli stadi superiori è quello del Persiano. Questo nome rinforza le radici orientaleggianti del Mitraismo, ma non solo. Si ricollega, infatti, a Perseo, il mitico antenato del popolo di Ciro che vinse la Medusa tagliandole la testa. I suoi iniziati si rivolgevano alla Luna.

Dalla luna al sole il passo è breve, anche per il Mitraismo. Il gradino successivo è costituito, appunto, dall’Eliodromo, in greco “Colui che guida il carro del sole”. Questa traduzione spiega i simboli della corona radiata, della torcia e della frusta per incitare i cavalli. Cavalli che vanno in ogni dove e non rimangono fissi in un punto centrale: il Mitraismo non contempla l’eliocentrismo.

L’ultima fase è quella del Padre, capace di mutare il destino delle anime con la sua mano munita di falce.  Il richiamo all’agricoltura si ritrova anche nel nume tutelare, Saturno.

Il termine Padre è un appellativo degli dei e dell’imperatore. In particolare di Augusto, tradizionalmente assimilato ad Apollo, il dio solare. Si deduce perciò che il princeps è equiparabile al Sole, astro che è manifestazione intelligente di Mitra stesso.

In conclusione, dunque, un filo rosso collega Mitra, il Sole e l’imperatore e nello stesso tempo impone una rigida gerarchia sulla terra, come in cielo. Se, infatti, Mitra non scaccia gli altri dei (in particolare Mercurio, Venere e Marte, a capo dei gradi più bassi dell’iniziazione), nel principato ci deve essere ancora posto per le magistrature della repubblica. Tuttavia, è chiaro che l’imperatore possiede poteri più concreti dei magistrati. Qualche esempio? Autorità proconsolare, potestà tribunicia a vita e molto altro.

Alessandra Martinello

 

[1] Hier., Ep., CVII.

 

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