Sezione della Tabula Peutingeriana, raffigurante l’Italia centrale, Etruria compresa (foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale).

 

Poche fra le civiltà dell’Italia antica sembrano godere ancora oggi di una fama tanto duratura quanto quella degli Etruschi, che pare aver catalizzato prima l’attenzione di eruditi, amanti dell’esotico o semplici sognatori, e poi, a partire dalla metà del ‘700, quella di studiosi, storici dell’arte ed archeologi. Tuttavia, gli sviluppi dell’Etruria a seguito dell’assorbimento della regione nell’orbita romana risultano molto meno noti al grande pubblico, nonostante in tale periodo l’area sembri aver raggiunto nuove vette di opulenza e splendore.
Scopo di tale articolo è dunque quello di descrivere l’Etruria durante tale fase, in cui, a partire dal principati di Augusto, l’Etruria veniva inquadrata come Regio VII all’interno della suddivisione amministrativa dell’Italia Imperiale.
Di seguito si procederà ad esporre in modo succinto le informazioni di cui siamo finora in possesso, avvalendosi dei dati ricavati dagli scavi e dalla conoscenza diretta dell’orografia del territorio, ma soprattutto dei documenti d’epoca relativi alla Regio VII. Vista la copiosità del materiale trattato, l’articolo apparirà suddiviso in tre parti: I) Fonti Storiche e Geografia Fisica; II) Divisione Amministrativa e Sistema Viario; III) Demografia e Urbanizzazione.

Fonti antiche

La ricchezza e la centralità di cui l’Etruria godette in età classica è riflesso dall’abbondante corpus di fonti letterarie a nostra disposizione, preziose alleate nel decifrare come dovevano apparire le sue vaste terre a chi, all’epoca del governo dei Cesari, si apprestasse ad attraversarne le vie.
Persino illustri personaggi del passato infatti, hanno lasciato nelle loro opere tracce della topografia e organizzazione della Regio VII: elenchi di città e luoghi sono presenti negli scritti di Strabone, Plinio il Vecchio, Tolomeo, Diodoro Siculo, Pomponio Mela e Rutilio Namaziano, sebbene nessuno di loro ci tramandi una ricostruzione completa del territorio; ciascuno di essi infatti, si approcciò alla descrizione dell’Etruria considerandola seconde quelle che erano le finalità del proprio specifico lavoro; così mentre Diodoro e Strabone (quest’ultimo imitato da Plinio e Tolomeo che ne ricalcano l’opera) ci lasciano un elenco delle cittadine partendo da Nord e dalla costa per poi spostarsi progressivamente a Meridione e nell’entroterra, Rutilio Namaziano e Mela si limitano a fornirci indicazione sulle tappe dei percorsi marittimi.
Ma ad affiancare le loro descrizioni, ci vengono in aiuto gli itinerari, vere e proprie “mappe stradali” di età romana tramandatesi fino ad oggi.
Il più antico fra quelli pervenutici, noto come Itinerarium Antonini Augusti, è un registro di tutte le città e stazioni del mondo latino, divise per percorsi e prendendo nota delle distanze fra le une e le altre; la sua redazione sembrerebbe essere avvenuta in età tetrarchica, ma è assi probabile che l’opera ricalchi dei suoi simili più antichi, consegnandoci quindi la fotografia di una viabilità in larga parte valida anche per il secolo precedente.
Ancora più rilevante è la celebre Tabula Peutingeriana, una vera e propria mappa raffigurante le regioni dell’Impero, la Persia e persino l’India, in cui figurano non solo i vari percorsi viari con i relativi insediamenti urbani, ma anche preziosi elementi di geografia fisica: tale mappa è compresa in un rotolo lungo quasi 7 metri, in cui il mondo è visto con una singolare prospettiva schiacciata, in cui longitudine e latitudine presentano lo stesso andamento orizzontale. Il risultato è una rappresentazione non certo fedelissima, ma che ben si presta all’indicazione dei vari itinerari viari.
L’Italia, prende ben cinque dei segmenti della Tabula, risultandone accresciuta in dimensioni a causa della sua centralità politica. I suoi percorsi stradali sono indicati da tratti continui rossi raccordati fra loro, mentre i vari insediamenti presentano differenti simboli a seconda della tipologia di abitato; ad esempio il simbolo più diffuso, in Etruria come altrove nella carta, è la doppia torre, che sta probabilmente ad indicare una città di media entità. La datazione del documento è tuttora incerta, ma deve con ogni probabilità essere fatta risalire alla seconda metà del IV sec. d.C.
Più tardi, ma comunque interessanti per approcciarsi alla geografi politica della regione in età post-classica sono anche due itinerari di età tardo-antica; la Cosmografia Ravennate, elenco di città compilato da un autore anonimo dell’VIII secolo e l’Itinerario di Guido, quasi totalmente basato sul precedente.
Ma oltre alle opere topografiche, ed agli itinerari veri e propri, una vera miniera di informazione può essere ricavata anche da tutti quegli autori, di opere erudite o poetiche che, anche solo di passaggio, hanno fatto accenno alle zone della Regio VII; così ad esempio, anche storici quali Livio, Floro o persino Procopio potranno giocare la loro parte nella realizzazione del bacino di informazioni da cui attingere per ottenere un’immagine il più viva possibile della nostra regione.

Cenni di geografia fisica

Territorio
Diodoro, parlando dell’Etruria, vi si riferisce come ad una landa particolarmente felice e beata, esaltandone la fecondità dei suoli e l’alternarsi armonioso di pianure e dolci declivi, a cui andavano ad aggiungersi rigogliose zone boschive (DIODORUS, Bibliotheca Hist.orica V 39).
Ma la vera ossatura della regione è costituita dalla catena montuosa dell’Appenino Toscano che corre infatti nella parte occidentale della regione, come evidente dalla stessa Tabula, che lo mostra pur senza dotarlo di un toponomastico (STRABO, Gheographica. V 1, 2)
Lo stesso documento illustra l’altra importante catena del’Etruria, le Alpi Apuane, nonché il massiccio del Monte Amiata, un’antica bocca vulcanica ormai spenta da tempo; da segnalare sono infine le cosiddette Colline Metallifere, nella parte centrale che separano l’area maremmana dall’entroterra pisano.
Una terra così fruttuosa era irrorata da una fitta rete fluviale che ne garantiva la spumeggiante fecondità: i corsi d’acqua sono infatti molto numerosi e la Tabula ci indica quelli che dovevano rivestire maggiore valore per i romani: sulla mappa sono presenti oltre al Tevere, vari altri fiumi di cui vengono di seguito citati gli otto che si gettano nel Tirreno partendo da Roma e salendo verso nord: il fluvius Pallia (Paglia), ) il Marta ( il cui nome latino non è ricavabile dalla carta), il fluvius Albinia (Albegna), il fluvius Umbro (Ombrone), il fluvius Vesidia, il fluvius Arnus (Arno), il fluvius Aventia (torrente Avenzia) e il fluvius Magra (Magra).
I due più importanti erano ovviamente il Tevere, nella parte meridionale e l’Arno in quella settentrionale: con i loro letti infatti, i due massicci corsi d’acqua andavano a costituire due veri e propri sistemi fluviali, polarizzando la regione i due aree geografiche, una meridionale ed una settentrionale.
Il primo dei due, il Tevere, fungeva infatti, anche mediante i suoi affluenti, da confine naturale con il territorio umbro e quello laziale (STRABO, Geographica. V 1, 12); d’altro canto, l’Arno, confondendosi con uno dei due immissari, l’Ausur, andava a svolgere il ruolo di principale asse per i commerci dell’alta Etruria tirrenica con la pancia della regione (STRABO, Geographica V 2, 5).
Molteplici sono poi i bacini lacustri di piccola o media entità, la cui densità è particolarmente marcata nella fascia meridionale, dove si susseguono diversi laghi, fra cui per volume spiccano il Sabbatinus ed il Volsiniensis,entrambi riportati dalla Tabula; fondamentale per gli sviluppi della regione sarà proprio l’origine vulcanica di questi specchi d’acqua, principale causa della sovrabbondanza di rocce tufacee, e quindi vulcaniche, nelle aree loro circostanti (VITRUVIUS, de Architectura II 6, 3); lo stesso dicasi anche per l’unico bacino di grande rilevanza della parte Nord della Regio, il Trasumenus, situato nel territorio fra Chiusi e Perugia (STRABO, Geographica V 2, 9).

Principali risorse naturali
Una terra benedetta dall’abbondanza di acqua appena descritta, non poteva ovviamente che ricoprire il ruolo di punta di diamante dell’agricoltura italica: diffusissima era infatti la coltivazione di ulivo e grano, quest’ultimo prodotto tanto preponderante nella regione, da dare il nome ad una varietà, chiamata dagli antichi con il nome della città etrusca di Chiusi (COLUMELLA, De Re Rustica I, 6); altrettanto sviluppata doveva essere inoltre l’industria vinicola, permettendo ai vini d’Etruria di primeggiare sul mercato italico per secoli (PLINIUS, Naturalis Historia XIV, 24).
Oltre alle terre agricole poi, anche le incolte selve della Regio dovevano costituire una ingente risorsa economica; la terra dei Tirreni commerciava abbondantemente in legname, ricavato, appunto, dalle numerose foreste e commercializzato attraverso la rete fluviale (STRABO, Geographica V 2, 5).
Tuttavia, le risorse più strettamente connesse all’argomento di questa opera sono ben altre; i suoli d’Etruria infatti brulicano letteralmente di pietre e metalli atti alla lavorazione, utilizzati incessantemente da tutte le genti che si sono susseguite nella regione, fino ad oggi.
Nello stesso toponimo delle Colline Metallifere ad esempio, non possono non scorgersi echi dei ricchi giacimenti minerari che le caratterizzano; da qui infatti, come dalle isole del litorale, provenivano i flussi commerciali di ferro, che veniva poi lavorato nei porti sul continente (STRABO, Geographica V 2, 6).
Abbiamo inoltre già menzionato la grande abbondanza dei tufi generata dai terreni vulcanici, materiali che saranno ampiamente utilizzati, a causa della loro duttilità e della facilità di reperimento, per le più disparate produzioni locali, soprattutto da parte degli strati medi e bassi della bassi della popolazione secoli (PLINIUS, Naturalis Historia XXVI, 166).
sarà proprio questo il caso, come vedremo, anche per la realizzazione di alcuni dei nostri arredi mitraici. ma la vera ricchezza prodotta dal sottosuolo era costituita dagli enormi bacini marmiferi che caratterizzano specialmente la parte Nord-Ovest della regione; il bianco marmo etrusco infatti, estratto e commercializzato soprattutto dalla città di Luni, avrebbe svolto in età romana il ruolo di principale merce di lusso, rendendo di fatto la Regio VII uno dei pilastri del commercio legato ad ambienti altolocati (RUTILIUS NAMATIANUS, De Reditu Suo II, 67-68).

Nicola Luciani

 

Bibliografia

Bosio, La Tabula Peutingeriana: una descrizione pittorica del mondo antico; Rimini ; Maggioli,1983

Calzolari, L’Italia nella Tabula Peutingeriana, in Vie e luoghi dell’Etruria nella Tabula Peutingeriana, a cura di Francesco Prontera; Firenze; Olschki, 2003

Parthey, Pinder, Itinerarium Antonini Augusti et Hierosolymitanum: ex libris manu scriptis, a cura di G. Parthey et M. Pinder; Berolini, 1848

Solari, Topografia storica dell’Etruria Roma; Multigrafica 1976

 

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