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La rivoluzione agricola del Neolitico consiste nella sostituzione delle tecniche di sfruttamento quali la caccia e la raccolta, con delle tecniche per produrre autonomamente il cibo. Questa sperimentazione ebbe luogo inizialmente nella cosiddetta mezzaluna fertile, e cioè la zona che va dalla Palestina, alla Siria e poi alla Mesopotamia, ed è delimitata a sud dal deserto siro-arabo e a nord dalle terre anatoliche, armene e iraniche. Quest’ampia area, soprattutto la fascia del Levante e delle zone pedemontane, era abbastanza piovosa, con foreste rade, e presentava allo stato selvatico le specie vegetali e animali che poi saranno oggetto della rivoluzione neolitica. Nel periodo precedente, all’incirca fra il 15.000 e il 10.000 a.C., si sono preparate le basi di questa rivoluzione, in quanto l’uomo-cacciatore in questo periodo iniziò a cacciare prede più piccole ed in modo controllato, scegliendo per così dire le prede da abbattere (per esempio, si preferiva salvaguardare gli esemplari femmine, per garantire la riproduzione della specie). Così, inevitabilmente, l’uomo ha iniziato ad operare una sorta di selezione sulle specie, non solo animali ma anche vegetali, specializzando e intensificando la raccolta di graminacee e leguminose. Il grano selvatico ad esempio, cadeva da solo quando giungeva a maturazione, in modo da auto-seminarsi, ma l’uomo prediligeva le specie difettose, con lo stelo più resistente che non cadeva a maturazione raggiunta,permettendo così la selezione delle desiderate tipologie di grano. Allo stesso modo, con gli animali l’uomo prediligeva le specie meno aggressive e quelle che si riuniscono in mandrie, perché ovviamente erano più facili da addomesticare. Si passò così ad un periodo detto di produzione incipiente, a cavallo del 10.000 a.C., nel quale si iniziò a sperimentare la coltivazione di piante ancora selvatiche e nel quale gli animali oggetto di caccia selettiva entrarono in simbiosi con l’uomo, in modo tale da permettergli di sfruttarne i prodotti secondari (cioè nel caso di caprini e ovini, il latte e il pelo). Non tutte le specie ovviamente entrarono in simbiosi con l’uomo, e molte rimasero così allo stato selvatico, come le gazzelle ad esempio, ma anche l’onagro. Come conseguenza di questa relazione fra l’uomo e le zone che presentavano le piante e gli animali oggetto del loro interesse, il nomadismo si limitò a zone più circoscritte; si svilupparono così due tipologie di abitazione, una stagionale, che segue gli spostamenti della selvaggina, e una più stabile vicino alle prime coltivazioni. Durante la produzione incipiente comunque si continuò a contare molto sulla caccia e sulla pesca, in quanto i tentativi in agricoltura e allevamento, seppure tendessero ad andare a buon fine, non risultavano sufficienti come unica fonte di sostentamento. Alle lunghe, si arrivò al pieno sedentarismo e alla formazione di villaggi, proprio come conseguenza della graduale introduzione all’agricoltura e del suo effetto sull’alimentazione in primis, ma anche sulla struttura sociale delle comunità preistoriche, oltre che ovviamente sulle specie animali e vegetali addomesticate. Successivamente, con il Neolitico pieno (circa 7.000 a.C.), l’allevamento si specializzò, arrivando a comprendere anche suini e bovini, oltre ovviamente al cane che non era  però destinato all’alimentazione; la caccia continuò ad affiancare l’allevamento, sia per procacciarsi le specie non addomesticate, sia come forma difensiva per le coltivazioni e le greggi. Le specie vegetali si addomesticarono allo stesso modo di quelle animali, e si affermarono così l’orzo e il farro insieme ad alcune leguminose per l’alimentazione, ma anche il lino, usato per la tessitura o per estrarne olio; si andarono a radicare in effetti nuove tecniche, come la tessitura (anche qui per produrre autonomamente il vestiario anziché sfruttare quello che offre la natura, e cioè il pellame animale) e la produzione ceramica. Così come la caccia continuò ad essere praticata parallelamente all’allevamento, anche per i vegetali oltre alle specie coltivate,si continuò a raccogliere i frutti di piante non domesticate.

Nei due millenni successivi fiorirono tutta una serie di culture che riuscirono a colonizzare aree più ampie rispetto a quelle pedemontane, e a trasferirvi le nuove tecniche produttive. Fra le culture più importanti, sicuramente troviamo quella di Halaf, che si diffonde su tutta l’Alta Mesopotamia fino all’arco pedemontano anatolico; l’economia è prettamente agro-pastorale, basata su caprovini e orzo non irriguo. La cultura di Samarra invece, che si estendeva più a sud di Halaf, fra il Tigri e l’Eufrate, si distingueva per l’agricoltura irrigua, la cui prima attestazione è nel sito di Choga Mami. Questa zona in effetti è particolarmente arida, anche se i terreni sono fertili, quindi si pensò bene di sfruttare l’acqua dei fiumi, portandola nei campi con un’opera di canalizzazione. Questa tecnica sarà poi importante per sfruttare al meglio la Bassa Mesopotamia, un’ampia zona paludosa e acquitrinosa a causa delle continue esondazioni dei due grandi fiumi. Tutta quell’acqua in eccesso andava sfruttata, e utilizzando la nuova tecnica sperimentata a Choga Mami, veniva convogliata in zone altrimenti non coltivabili, bonificando così di fatto il bassopiano che si dimostrava molto fertile ovviamente, essendo costituito da terreno alluvionale. Iniziano così in questa zona anche l’arboricoltura e l’orticoltura, grazie appunto alla disponibilità di acque di superficie, oltre allo sfruttamento della pesca e dell’uccellagione.

Un ulteriore progresso tecnologico risultò essere l’introduzione dell’aratro-seminatore, che usava la trazione animale dei bovini e permetteva di smuovere la terra più in profondità rispetto alle zappette d’argilla, oltre ovviamente a ridurre i tempi di lavorazione. Invenzioni di questo tipo nascevano dalle nuove esigenze che si venivano a creare, in un processo ciclico: la maggiore disponibilità di cibo provocò difatti un aumento demografico, e l’aumento demografico creò la necessità di aumentare la produttività, per sopperire alla maggiore richiesta di cibo. Sicuramente il sistema di irrigazione e l’aratro-seminatore assicurarono quindi una stabile disponibilità di eccedenze, oltre a creare anche nuove figure specializzate in un determinato lavoro. Tutti questi fattori faranno dell’alluvio basso-mesopotamico l’area-guida dello sviluppo tecnico ed organizzativo; non a caso sarà poi questa stessa zona, la sede dove culminerà la rivoluzione urbana. In effetti, la disponibilità delle eccedenze si dimostrò necessaria per lo sviluppo di insediamenti protourbani, nei quali convogliarono proprio quegli individui depositari di tecniche specialistiche.

Dunque, possiamo concludere che così come l’agricoltura ha portato l’uomo a concentrarsi in insediamenti, abbandonando il nomadismo e sviluppando così la struttura del villaggio, allo stesso modo lo sviluppo delle tecniche in agricoltura, quali l’irrigazione, hanno creato la necessità di un apparato amministrativo che gestisse le eccedenze, portando poi di fatto alla nascita della città.

 

Bibliografia:

Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia Laterza, Bari 2011

Planet,I capolavori dell’uomo vol. 24 Atlante storico del mondo – Preistoria, età antica, Medioevo Mondadori, Verona 2004

 

Valentina Puddu

 

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