Macchina per l’elezione dei giudici (klerotérion), rinvenuta ad Atene e risalente al terzo secolo a.C. Foto presa da Wikipedia utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili e condivisibili liberamente anche a scopo commerciale.

 

Un’equa amministrazione della giustizia è alla base di ogni civiltà in cui il potere appartiene al popolo. Vediamo, dunque, come funzionava la procedura giudiziaria nella prima democrazia del mondo occidentale, ovvero Atene.

L’istituzione del primo tribunale popolare, detto Eliea, è da attribuirsi a Solone[1].In età classica, esso contava seimila membri sorteggiati tra i cittadini di età superiore ai trent’anni e privi di debiti nei confronti del tesoro pubblico. L’elezione aveva cadenza annuale[2].

A partire dalla metà del quinto secolo i giurati iniziarono a ricevere una retribuzione: due oboli prima, tre a partire dal 425 a.C.

L’Eliea agiva tramite sezioni separate, i dicasteri. Aristotele[3] riporta che nei giorni previsti per le sessioni dei singoli dicasteri si svolgeva un duplice sorteggio: venivano estratti a sorte sia i giudici sia i magistrati incaricati di dirigere i lavori.

Il tribunale popolare deliberava in materia di giurisdizione politica. Le cause civili, invece, erano di pertinenza delle altre magistrature in possesso di poteri giudiziari, come, ad esempio, gli arconti, i Quaranta e i dieteti[4].

E i casi penali? Essi erano materia riservata all’Areopago e a ben tre tribunali: Delfinio, Palladio e Freatto.

L’Areopago giudicava l’avvelenamento e l’omicidio premeditato. L’uccisione legittima, invece, era prerogativa del Delfinio. Chi ammazzava involontariamente, era sottoposto al giudizio del Palladio[5].

Infine, gli esuli che si macchiavano di un ulteriore delitto venivano giudicati dal Freatto in una cornice a dir poco suggestiva. L’azione legale avveniva, infatti, in riva al mare per evitare che l’imputato mettesse piede sul suolo cittadino, contaminandolo perché non aveva ancora espiato la colpa precedente. L’esule restava, perciò, su una barca, mentre i giudici sedevano sulla costa.

Qualunque processo era preceduto da una fase istruttoria presieduta dall’arconte re, che si occupava della raccolta delle testimonianze e di tutta la documentazione utile alla risoluzione. Successivamente, la questione veniva assegnata al tribunale competente[6].

Il dibattito processuale si svolgeva nell’arco di un solo giorno: le parti in causa avevano un tempo limitato per esporre le loro argomentazioni. La clessidra veniva bloccata durante l’ascolto dei testimoni e la lettura delle leggi ritenute probanti per l’accusa o la difesa[7].

I giudici udivano i discorsi in silenzio e, al termine, procedevano a caldo alla votazione segreta. Da qui si comprende il ruolo determinante che rivestiva l’arte della persuasione per ottenere l’appoggio della corte, vale a dire per assoluzione o la condanna[8].

Questa scelta avveniva attraverso dei semplici gettoni da porre in un’urna di bronzo: quelli “pieni” significavano assoluzione, quelli forati al centro condanna. Per quanto riguarda quest’ultima, il diritto attico distingueva i processi con pena già stabilita da quelli in cui la sua entità era a discrezione dei giudici, che terminavano la procedura con la decisione della punizione[9].

 

Alessandra Martinello

 

Bibliografia

Lisia, Apologia per l’uccisione di Eratostene, a cura di L. Suardi, Principato, Milano 2002, pp. 21-23.

 

 

 

 

[1]Arist.,Pol., II,1274a,1-2.

[2]Lisia, Apologia per l’uccisione di Eratostene, a cura di L. Suardi, Principato, Milano 2002, pag. 21.

[3]Arist.,Cost., 63-69.

[4]Lisia, Apologia per l’uccisione di Eratostene, a cura di L. Suardi, Principato, Milano 2002, pag. 21.

[5]Lisia, Apologia per l’uccisione di Eratostene, a cura di L. Suardi, Principato, Milano 2002, pag. 22.

[6]Ibidem.

[7]Ibidem.

[8]Lisia, Apologia per l’uccisione di Eratostene, a cura di L. Suardi, Principato, Milano 2002, pag. 23.

[9]Ibidem.

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