David, Il giuramento degli Orazi (foto  presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_antica, utilizzando la ricerca avanzata di Google per le immagini utilizzabili, condivisibili o modificabili liberamente, anche a scopo commerciale)

 

Più di due anni fa comparvero su ‘la Domenica’, settimanale culturale de Il Sole 24 Ore, tre articoli di Nicola Gardini che presentavano l’evoluzione della lingua latina.

Da quei tre articoli intitolati “La costruzione dellalingua eterna”, “Cesare architetto della lingua” e “Virgilio il tempo ritrovato”, viene a formarsi un’idea di lingua latina in continua evoluzione. I tre personaggi chiave di questo processo sono Cicerone, Cesare e Virgilio, i quali, nonostante la loro vicinanza storica, portano con sé un’idea, che traspare poi dai loro scritti, di lingua con fini e strutture anche molto differenti. Bisogna, prima di iniziare un discorso riguardo questo tema, però fare alcune precisazioni sui momenti storici da essi vissuti.

Il primo di loro, Cicerone, nasce nel 106, l’ultimo, Virgilio, nel 70; Cesare e Cicerone moriranno a breve distanza tra loro, 44 e 43, mentre Virgilio raggiungerà il 19 a.C., i primi due vivranno sotto la Repubblica, Virgilio conoscerà questa forma di governo, ma dovrà la sua fortuna al principato, quando Augusto lo chiamerà per scrivere l’Eneide e diventerà un poeta di corte. I primi scriveranno soprattutto trattati, arringhe, documenti per lo stato, Virgilio sarà invece un poeta/narratore al servizio del principe.

Cesare e Cicerone saranno avversari politici, e per le loro scelte politiche moriranno, la loro lingua è espressione del mondo politico in cui essi vivono, mentre Virgilio scrive di e con un latino che è espressione della pace raggiunta, che rappresenta il risultato finale, e non il processo percorso.

Alla luce di questi eventi bisogna ricordare anche il vissuto di questi autori, in particolare dei primi due, i quali ebbero non solo contrasti politici, ma vissero forse nel periodo di maggiore instabilità per la storia di Roma, ossia la prima metà del I secolo a. C., quando tra marce sulla capitale, corruzione, uccisioni di strada, massacri, guerre espansionistiche, il Senato andò lentamente perdendo la sua autorità per l’incapacità di gestire la situazione a vantaggio di singole figure, come Cesare per l’appunto. Cicerone, espressione della classe aristocratico/patrizia della città soffre molto l’avanzare di questi, e si schiera apertamente contro di loro, e lo fa non solo in senato, ma soprattutto attraverso i suoi testi.

Tralasciando i discorsi più prettamente storici e politici, torniamo alle questioni originarie di queste pagine: la lingua latina. Il latino classico, quello che poi verrà coltivato e sopravviverà fino ai giorni nostri, e che tutt’ora gli studenti liceali studiano, è il latino dell’ultimo secolo della Repubblica, la cui personificazione è per l’appunto Cicerone. Il latino dell’Oratore per eccellenza trova espressione in trattati retorici, nel saggio filosofico, quello di linguistica, l’orazione giuridica o la lettera privata. Cicerone incarna la perfetta lingua latina, e questa non è data esclusivamente dal rispetto della consuetudo, ossia la tradizione, l’uso comune, ma l’ossequio ad un metodo, una ratio, un canone, una serie di principi cardine inviolabili (Brutus258). La chiarezza è l’obiettivo di Cicerone, “oratio […] lumen adhibere rebus debet”, “la lingua deve mettere luce alle cose” (De oratore III,50), come se ciò che viene pervenuto sia filtrato dalla lingua e solo la lingua possa davvero illuminare la conoscenza. In realtà questo tema già traspare in un altro passo del Deoratore, “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntiavetustatis[1], dove però, ad essere definita “la luce” è  la storia; in realtà da Cicerone fluisce un stretto legamene tra lingua e storia, un vero è proprio intreccio, che deriva proprio dal fatto che la lingua, dovendo essere il mezzo di conoscenza, sfrutta proprio la storia per raggiungere la massima obiettività e per incarnare la verità, che per l’autore stesso è illuminata proprio dalla storia, in quanto raffigurazione del passato, e quindi in grado di farci comprendere il flusso del tempo, ciò che era, che è e che sarà.

Ma la teoria linguistica che incarna l’autore di Arpino pone al centro una vera e propria formazione, che porterà ad un’elevata capacità linguistica, ed alla ricchezza del proprio vocabolario, ed è essenziale per parlare e scrivere il buon latino. Per apprendere quest’ultimo bisogna infatti studiare e praticare la lingua fin dalla fanciullezza, cercando di scegliere sempre al meglio le parole giuste per gli argomenti giusti. Ma strettamente collegato a questo si pone anche un altro tema, forse ancora più importante, che è la musicalità che le frasi devono avere in sé e in relazione con le altre. Si può infatti parlare di un vero e proprio flusso melodico, che trasmetta ordine artistico, libero ma controllato. Parliamo di una vera e propria scienza, che al contempo è arte, di cui coglio portarvi un esempio: “Illiautemocto cursus, in quibuseadem vis est duorum, septemefficiuntdistinctosintervallissonos, qui numerus rerum omnium fere nodus est; quoddoctihominesnervis imitati atquecantibusaperueruntsibireditum in hunclocum, sicutalii, qui praestantibusingeniis in vita humana divina studia coluerunt.[2]. “Qui numerus rerum omnium fere nodus est”, “il cui numero è, possimo dire, il nodo di tutte le cose”, come se nella lingua si dovesse ripetere la perfezione numerica del cosmo, ecco che prende forma il passo successivo: la scientificità, la matematica, la scienza entra nelle forme della lingua: Cesare.

In questo viaggio attraverso la lingua latina passiamo ora al secondo personaggio, conosciuto per aver dato il via al processo irreversibile di accentramento del potere, per essere stato il dittatore di Roma, per essere “il marito di tutte le mogli, e la moglie di tutti i mariti”, per la sua morte: in realtà Cesare va ricordato anche per il suo contributo alla formazione della lingua latina. Sempre Gardini, nel secondo dei tre articoli di cui vi ho parlato sopra, parla di un trattato semi sconosciuto dal titolo De Analogia: “Analogia è un termine greco e indica nella riflessione antica sulla lingua un’estensiva applicazione della regolarità, dell’uniformità e della coerenza morfologica: si contrappone all’ideale dell’anomalia, basato sulla proliferazione e sulla varietà delle forme[3]. Questo scritto fu dedicato niente meno che a Cicerone. Va da sé il fatto che Cesare più di tutto fu un genio militare, spesso paragonato ai Napoleone di turno, i quali misero sul campo di battaglia la perfezione delle scienze matematiche per risolvere stalli apparentemente insormontabili. Ma la scienza di Cesare viene messa ancora più in luce dai testi superstiti: prendiamo il De bello Gallico. “His rebus gestis, Labieno in continente cumtribuslegionibus et equitummilibusduobusrelicto ut portustueretur et remfrumentariamprovideretquaeque in Gallia gererenturcognosceretconsiliumque pro tempore et pro re caperet, ipse cumquinque legionibus et pari numero equitum, quem in continenti reliquerat, ad solisoccasumnavessolvit et leni Africo provectus media circiternocte vento intermissocursum non tenuit, et longiusdelatusaestuorta luce sub sinistra Britanniamrelictamconspexit.”[4]. Il latino di Cesare è racconto di qualcosa che avviene in un certo momento e che avviene per una certa ragione, e in vista di certi fini e con certe conseguenze. Il principio di causa-effetto che governa il mondo è espresso dalla lingua attraverso schemi matematici e scientifici, dove la precisione aritmetica trasforma il testo in una vera e propria architettura grammaticale. Non è un caso che spesso i soggetti dei testi di Cesare siano la costruzione di edifici militari o mezzi per la conquista, basti pensare al ben più noto brano dedicato alla costruzione del ponte sul Reno, costruito in non più di 10 giorni e distrutto al termine della campagna. Rapidità ed efficacia, sono le caratteristiche della vita di Cesare, e di conseguenza della sua lingua. L’assemblaggio di elementi, questa è la costruzione degli edifici, questa è anche la costruzione dei testi per Cesare. Ma di Cesare va detto che i suoi scritti più famosi non sono altro che frutto dei diari di guerra che poi, lui, in qualità di comandante, avrebbe dovuto mandare al Senato per fare il resoconto della campagna, per informare, e questo è l’obiettivo della sua lingua.

L’ultimo autore di cui è fondamentale parlare per capire come si è giunti al latino che oggi giorno viene studiato è Virgilio, anche se forse è ancora più utile parlarne in raffronto con i suoi predecessori e successori, Lucrezio in particolare.

I testi di Virgilio sono sicuramente i più fortunati, nel senso che a differenza degli altri grandi testi latini, l’Eneide fra tutti è quella che ha avuto il maggior successo specialmente se pensiamo che è stata scritta in un’età pagana, con soggetti pagani, e con una storia che parla di divinità, al plurale e non al singolare. Nonostante questo, il cristianesimo fece di tale testo una vera e propria consacrazione, forse, anzi soprattutto, per i caratteri emotivi, e per i valori e virtù di cui questo poema si fa portatore: in primo luogo la “pietas”, il rispetto e l’amore verso il padre, forse il tema che sta alla base dalla cristianità. Sebbene Virgilio sia solo l’ultimo di  una grande tradizione poetica latina, (Ennio, Lucrezio, Catullo), egli non subisce il latino altrui, ma “assimila e riordina”[5] come dice Gardini. Virgilio sta alla poesia come Cicerone sta alla prosa.

Si deve a Lucrezio, in realtà, la riforma del lessico di cui tanto aveva bisogno la poetica latina, ma è a Virgilio che dobbiamo le grandi rivoluzioni sintattiche, è con lui che cambiano i rapporti tra frase e verso. Se Lucrezio mostra e definisce, Virgilio movimenta e drammatizza, i versi vanno oltre, il movimento della poetica virgiliana va oltre, le frasi non muoiono nel verso, cambiando completamente la lettura e quindi la percezione della poesia del poeta. Virgilio è maestro di quella che noi chiamiamo “ordoverborum”, e che spesso viene trascurata: “la semantica acquista pienezza di senso e si riverbera nel discorso non a partire da una aprioristica assegnazione di significato – il caso di Lucrezio, puntiglioso lessicografo –, ma dalla posizione che la parola si ritrova a occupare nella frase.”[6]. Ne segue il cambiamento di percezione che il lettore ha della poesia: un senso di libertà, fluidità.

Ma in tutto questo riappare anche un altro tema: l’illusione. Un’illusione data anche dal ricordare, il continuo esprimere di un tempo passato, che a differenza dei poemi omerici, non tornerà mai, ma che serve solo a dar vita all’emozione, per questo Virgilio è anche il poeta della nostalgia, una nostalgia frutto di un passato sempre presente, nei ricordi, ma ormai morto. Enea ricorda a Didone ricorda quel suo marito morto, e quel dolore che l’affligge nell’essersi innamorata di nuovo.

Virgilio è un artista del tempo, e con il tempo gioca per far vivere al lettore le emozioni della vita.

Davide Ricci

 

[1]Cicerone, De Oratore, II, 9, 36 trad. “La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”

[2] De re publica, Cicerone, Somnius Scipionis trad. “Le otto orbite, poi, all’interno delle quali due hanno la stessa velocità, producono sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire, il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare qui, come gli altri che, grazie all’eccellenza dei loro ingegni, durante la loro esistenza terrena hanno coltivato gli studi divini.”.

[3]Nicola Gardini, la Domenica, Il Sole 24 Ore, Cesare architetto della lingua, 17 aprile 2016.

[4] De bello gallico, V, 8 trad. “Dopo tali avvenimenti, Cesare lasciò Labieno sul continente con tre legioni e duemila cavalieri, per difendere i porti, provvedere alle scorte di grano, tenersi al corrente della situazione in Gallia e prendere decisioni sulla base del momento e delle circostanze. Dal canto suo, salpò alla testa di cinque legioni e di tanti cavalieri, quanti ne aveva lasciati in terraferma; fece vela verso il tramonto, al soffio leggero dell’africo, che però cessò verso mezzanotte, impedendogli di tenere la rotta: spinto piuttosto lontano dalla marea, all’alba vide che aveva lasciato la Britannia alla sua sinistra.”

[5] Nicola Gardini, la Domenica, Il Sole 24 Ore, Virgilio, il tempo ritrovato, 24 aprile 2016.

[6] Ibid.

 

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